sabato 13 dicembre 2025

L'ETRUSCO UCCIDE ANCORA (1972)


 

Armando Crispino 

 

          ...Play me my song, here it comes again... 

In piena epoca di giallo all’italiana lanciato da Mario Bava e collaudato (e anche un po’ scippato) con grande successo dal Darione Nostro, nascono tutta una pletora di titoli da far invidia ad uno zoo, fra uccelli piumati Swarovsky, giornate no per arieti e gatti multicolori in situazioni surreali. In mezzo a questo pet shop filmico, nel ’72 si accoda un titolo che rimane più cult del film stesso: L’etrusco uccide ancora, l’equivalente evocativo di un Giovannona Coscialunga tanto per stare in tema e periodo storico.  E visto che su Prime occhieggiava nel catalogo, perché non buttarci un occhio?

A Spoleto, un archeologo americano con più passione per la bottiglia che per l’arte, dallo sguardo perennemente torvo e monocorde (forse gli hanno detto di fare una faccia e un baffo alla Maurizio Merli, ma si sono dimenticati di spiegargli come usarli, vai a sapere), durante degli scavi scopre una tomba etrusca e grazie ad una sonda riesce a fotografarne l’interno, rivelando degli affreschi che ritraggono Tuchulcha, il dio etrusco della morte intento a mazzuolare due amanti. Bella scoperta, se non fosse che la sonda sparisce e viene usata per accoppare coppiette che cercano luoghi d’accoppiamento fra necropoli e cantine. Ma non è tutto, perché le vittime vengono prima spaventate con un registratore che spara a tutto volume il Requiem di Verdi – ma funziona anche allo spettatore a cui cala la palpebra - dopodiché vengono pestate come stoccafissi e composti nella posa dell’affresco, con tanto di scarpette rosse calzate alla lei di turno. Che sia il dio etrusco? Oppure c’entra qualcosa il direttore d’orchestra greco Nikos Samatrakis, che pare una caricatura di Bernstein? E se invece fosse qualcuno dei pittoreschi comprimari dal direttore di ballo gay, alla ex dell’archeologo che ora è la donna del greco?

Uscisse oggi avremmo la risposta sovrannaturale, invece la soluzione è altrove. Non è invecchiato bene (mi ci sono volute due tranche per finirlo) e a tratti il plot tratti è confuso, mischiando generi diversi con battute e personaggi ormai improponibili. Di gradevole rimangono i suggestivi esterni di Spoleto e certe intuizioni, come la parte finale nella chiesa e quella luce così anni ’70. Crispino, che assieme a Lucio Battistrada è autore di soggetto e sceneggiatura, non è Argento (infatti niente assassini donna), ma ha un occhio per i generi in voga e certe scelte ribadiscono proprio l’idea di smarcarsi dai modelli di Darione. Peccato per Enzo Cerusico poco utilizzato. Rivisto oggi sembra uscito più tardi, forse perché certi stilemi sono stati rubacchiati – pardon, ripresi – sempre da Argento che se ne ricorderà nei film successivi, dai i traumi infantili in Profondo Rosso e per le scarpette rosse di Tenebre. Ma Tuchulcha si è vendicato: infatti, dopo Phenomena anche Dario Argento è stato colpito dalla sonda e il suo cinema non ha più dato i segnali sperati… Musiche di Rix Ortolani incluse nel prezzo.

Solo per gli aficionados.

 

mercoledì 10 dicembre 2025

BLUE OBLIVION - DISTANCE (2025, EP)


 


EP, Spotify

Giovedì 4 dicembre è approdato su Spotify Distance, primo EP del Blue Oblivion, band genovese presentato in anteprima live il 28 novembre al Katana a Genova. Sono stato tra i fortunati che ha potuto gustare la premiére oltre al sushi e gli ordini dei piatti che sembravano una tombola (1, 31, 46, 68), il repertorio completo del gruppo più cover assortite. E qualche giorno dopo eccomi a fissare la ragazza manga in copertina all’EP che mi guarda a sua volta con un’ aria d’insofferenza/indifferenza giusto un po’…distance appunto, prima di infilarmi le cuffie per sentire come suona il lavoro fatto in studio, e…Beh ragazzi, con questo EP vi rifate di sicuro decibel dalla trap, garantito. La band ha una sonorità che possiamo definire…già come li definiamo? Azzardo un indie lounge, ma le influenze sono diverse. I Blue Oblivion sono Stefano Berretta alla voce, chitarra e testi; Monica Traverso al basso e vestiti scuri e Angelo Bellinzona alle pelli, piatti e rullanti nuovi fiammanti. E come ogni membro di qualsiasi gruppo sono un amalgama di stili e gusti diversi, ma che mischiati insieme trovano un loro equilibrio di note. Stefano ha nel suo pantheon Nick Cave, Billy Bragg, Robert Smith, Joe Strummer e una spruzzata di Cobain; tutte scelte che mescola negli accordi e che pennella nei suoi testi autobiografici. Monica invece, predilige più folk, Tamla Motowon e un allure di Duca Bianco e Pino Palladino, insomma il classico basso defilato ma presente e pulsante, ma questa e la vita dei 90% dei bassisisti. Sting è l’eccezione che conferma la regola. Angelo invece viene dal rock e il prog più puro, Phil Collins è il suo profeta, Vinnie Colaiuta il Messia, il metronomo l’arma segreta.

Apre le danze The Rescue, un pezzo radio friendly (ma dal vivo cala di bpm, per andare incontro al dramma della canzone) che racconta con pathos esausto la supplica del soccorritore. Un biglietto da visita impeccabile, sostenuto da un groove pulito à là Red Hot Chili Peppers e da un basso corposo senza essere ciccione ed abbellito da multi strati di chitarra che accompagna la voce di Stefano su una struttura intervallata da parti strumentali e stop and go non banali.

Nirvana in salsa quasi western per il brano numero due, quella  Safe’n’ sound conosciuta come Gasoline per gli addetti ai lavori, canzone quadrata col distorto sul ritornello e un suono più ignorante ma non troppo. Se non siete nostalgici delle camicia di flanella e della scena di Seattle passate oltre: la vera gemma dell’Ep è la traccia numero tre,  l’ipnotica Sunny Skies.Sopra un groove sghembo che inciampa, si attarda, rolla e beccheggia ma gira che è una meraviglia – e soprattutto è un 4/4, complimenti al batterista – scivolano gli accordi di chitarra come gocce di pioggia su un parabrezza, col basso a fare da collante all’interpretazione di Stefano, che con qualche eco piazzata nel modo giusto, fa la sua figura. Come accade ai pezzi migliori, rischiava di essere esclusa dall’album  per dubbi sulla resa, ma grazie alle pressioni dei compari Monica e Angelo viene fortunatamente ripescata e registrata. Un pezzo che brilla di una luce…sunny, che Stefano usa per mostrarci le ombre. Se non si è capito, è il brano che ho gradito di più.

Per sempre immobile si appoggia su un’atmosfera drum ‘n’bass che fa muovere la testa e canticchiare. Il basso pedina il cantato rendendolo un pop adulto e la batteria  non sgarra un colpo fra fill educati e shuffle. Non male per un brano con quel titolo.

L’allegra Still è fatta per chiudere i concerti con suo andante e un riff che ti si pianta in testa e che non riesci a smettere di fischiettare. Qua Stefano può divertirsi con più chitarre che tessono dei contrappunti  deliziosi mentre snocciola i suoi versi come se fosse proprio l’ascoltatore ad essere la persona con cui sarebbe carino bersi un drink o due… Se non vi viene da battere il piede, avete l’orecchio di pietra e non vi voglio conoscere.

La marziale La Tua Voce chiude i ventitré minuti di ascolto del disco e racchiude un po’ tutto la summa del sound della band, fra cambi di tempo, aperture e chiusure nelle dinamiche, accordi squillanti, bassi rotondi, fill scoppiettanti e addirittura una marcia militare in coda al brano che si dissolve lentamente in un fade verso l’oblio. Blu, ovviamente.

Consigliato.

Lo trovate qui: https://open.spotify.com/album/2DcvhjziF8zjlH6Kyl48db?si=-iXv1YpBRXyCO8VjNd9YAA

I PECCATORI (2025)

    ...Got my mojo workin', but it just won't work on you I wanna love you so bad, I don't know what to do...   Ryan Coogler  ...