sabato 27 giugno 2026

SCARPETTA (2026)

 


 

                ...Almost Heaven, West Virginia... 

 

C’è un’intervista risalente a quando Berta filava, in cui il conduttore chiede a Nicole Kidman qualcosa inerente alla sua separazione da Tom Cruise e lei replica: “Adesso posso mettermi i tacchi.” E subito dopo storce la bocca in una smorfia quasi a dire: “Questa era cattiva, lo so.” A vedere la filmografia di Nicole da allora, notiamo che (a partire da The Others, più o meno) oltre ai tacchi, la Kidman abbia pensato: “Adesso posso indossare la mia vera faccia.”

Fateci caso: negli ultimi anni  non ha alzato la posta in ruoli più thriller, con personalità altoborghesi algide fuori ma vulcaniche dentro? I suoi occhi azzurri non sono gelidi ma inquieti, come se dentro i suoi pensieri brulicasse una scintilla luciferina? E no, non è solo il botox.

Secondo me è quello “la Nicoletta” che ha portato in dote in Scarpetta (scusate la pessima rima).

Kay Scarpetta è la patologa forense nata dalla penna di Patricia Cornwell, che fa il suo nel debutto nel romanzo Postmortem(1990) e che dopo ventinove romanzi (l’ultimo uscito a ottobre 2025) e oltre 120 milioni di copie vendute -nonché vari tentativi di adattamento al cinema finiti nel limbo – sbarca in formato serie televisiva, otto puntate su Prime col volto e gli occhiali della Kidman. Ma, attenzione: la serie non è fatta per i fan. Il che li farà incazzare, ma rende il prodotto fruibile a chi non conosce il personaggio (Tipo me). 

Infatti, l’ideatrice e sceneggiatrice Liz Sarnoff sceglie di non sceneggiare nessun romanzo specifico, ma di intrecciare passato e presente in una narrazione asincrona, che parte dal ritorno in Virginia di Kay Scarpetta quale medico legale, dopo ventotto anni dal primo caso che le aveva lasciato qualche strascico non da poco: in giro c’è un killer che ha lo stesso modus operandi di quel pasticciaccio dei tempi che fu. E fra i boschi della Virginia, Kay ritrova pure il detective Pete Marino (Bobby Cannavale) un personaggio a metà tra la spalla friendzonata e il disilluso, sposato con la sorella di Kay, Dorothy (Jamie Lee Curtis) sboccatissima e tre metri sopra le righe ( a quanto pare lo stereotipo dell’italo-americano col peggio dei due mondi - lasagne e scenate - è difficile da togliere anche nel 2026. Forse perchè se digiti Scarpetta sul web, le immagini che compaiono più sono quelle della puccia nel sugo....), una nipote troppo attaccata all’AI e Ben Wesley (Simon “The Mentalist” Baker) marito e di Kay poliziotto dell’FBI che sta lavorando in parallelo al caso. Questo che funziona davvero e che ho apprezzato davvero è la “Scarpettina”, ossia la giovane Kay interpretata da Rosy McEwen, somigliante il giusto e che offre he offre non solo gli episodi migliori della serie, ma stacca anche la sua parte "matura",  dando un ritratto sfumato e nervoso (e tabagista) della giovane medico legale al primo caso. Una donna costretta a muoversi in un mondo maschilista, fra capi viscidi e gente corrotta che vuole occultare prove e farle saltare il posto, ma ehi, erano gli anni ’90. Non a caso mi ha ricordato l’ambiente “macho” di Il Silenzio degli innocenti


La Kidman da par suo fa da complemento e traguardo alla giovane sé stessa, aspirando le sue belle boccate di fumo e di stress derivante da tutte le vicende familiari e legali, pronta a incrinarsi sempre di più, fino a sbroccare in un finale che lascia aperta la porta alla seconda stagione, ma anche ad una Nicole devastata che dà la stura a tutte le repressioni e le tension interiorii. E ho il sospetto che a Nicoletta piaccia questo genere di personaggi, forse perché è la sua vera faccia. Guardare per credere.

Non è che sia una serie perfetta: il passato col tono da soap opera, tipo I dolori della giovane Kay è riuscita, mente certe parti del presente, tipo un laboratorio bioenergetico che precipita in un campo, se la potevano risparmiare: è Scarpetta e Marino, non Scully e Mulder, anche meno. E pure il rapporto della nipote con l’AI (che ne ricrea la fidanzata morta) è un po’ estremo. Come serie legal thriller rischia di essere esordire in ritardo rispetto a tutto cià che è uscito mentre la Cornwell scriveva, ma si sa: i tempi dei copyright e dei creatori non sono i nostri. E ora scusate, ho la parmigiana in forno. 

Ah, la Cornwell fa un cameo come giudice che fa giurare Kay prima dell’incarico.

Un 6 e 1/2 non glielo leva nessuno. E neanche la nuova faccia di Nicole.


sabato 20 giugno 2026

AL PROGREDIRE DELLA NOTTE (2025)

 

 


 

 Davide Montecchi

 

...Some are born to the endless nightEnd of the night, end of the night...

  

L’horror è vivo e vegeto e vi manda i suoi saluti.

Basta scorrere le uscite per capire che genere non muore mai, ma la più bella soddisfazione è che anche dalle nostre parti sta benone: prendere Al progredire della notte come esempio. 

Claudia è una ventenne insicura, con una madre asfissiante, modello venti telefonate al giorno, non proprio il massimo per l’autostima. Su consiglio del suo compagno Ludovico, un tipo che la tratta con mix di sufficienza e compatimento, Claudia si reca a fare un corso di sopravvivenza da un militare: non tanto il consiglio giusto, ma vabbè…Uomini.

Per fare ciò, Claudia si reca in un paesello sperduto, dove viene ospitata per la notte dall’anziana Letizia, una signora gentile e accudente con l’hobby della metafonia, cioè comunicare coi morti tramite una radio che pare uscita da un film di Cronenberg. Fare l’uncinetto o il pane in casa fa brutto? L’hobby della signora però turba Claudia, che durante la notte ha un incubo molto strano in cui apre una botola, mentre una telecamera la riprende… 

Non dirò altro, perché il film progredisce, letteralmente, come la notte e va visto, per restare inquieti e inquietati, come la povera Claudia.

Montecchi, che firma la sceneggiatura insieme ad altre cinque paia di mani, ha già fatto altri film che non ho visto, ma questo è sicuramente un buon biglietto da visita. Intanto mette in chiaro i suoi numi titolari – Argento, Avati -senza citarli ad minchiam, ma rielaborandoli ad uso e consumo della tensione e dell’inquietudine di chi guarda. L’arrivo di Claudia alla stazione arriva dritto da Suspiria, ma funziona perché potrebbe essere una qualunque stazione ferroviaria di un paesino di Culonia a tarda ora;gelida, asettica e senza uno straccio di bar aperto. L’importante è non trovarcisi.

La casa di Letizia è un luogo che trasuda lo spirito (e gli arredi) di quelle degli anni Settanta/Ottanta, un po’ rimaste fuori dal tempo ma credibili, come certe case dei nonni in campagna, però meno benevole.


La prima parte è ben riuscita e guarda all’horror del passato, portando il film a procedere per sottrazione, in modo raffinato e con pochi jump scare, ma ben messi, dando al film un senso di misterico e iniziatico (paroloni, lo so, ma gli unici adatti) mentre la seconda prende una direzione a metà fra Lynch e (soprattutto) Backroom  ma che meritava di essere seguita di più in fase di scrittura. Anche se il tema sotterraneo e strisciante, brulicante e urticante che accompagna il film è la maternità, in tutte le sue forme, scelte e libertà. Maternità soffocante, maternità imposta, vista (e vissuta) in modo distorto e contorto come un rovo. Una storia di donne e tanta oscurità dell’animo. 

Lily Engler è bravissima a rendere la fragilità di una ragazza insicura, fra carnagione pallida, capelli biondi arruffati e l’accento italo-inglese che rafforza quel senso di pulcino spaurito, muovendosi come una Alice nel paese degli Orrori sempre sul punto di spezzarsi, fra telefonate a madre e .fidanzato e una fuga disperata. Lucia Vasini è inquietante, lascia che il corpo parli per lei, fra sorrisi di sinistra cordialità e discorsi che ti fanno pensare: “Quasi quasi torno indietro.”

E poi c’è la convitata di pietra (anzi di gomma) Ioana Laura Jitariuc, un personaggio che esce dritta dritta da un certo film di Argento(o Tobe Hooper, fine indizio spoiler) che chiude il cerchio di donne grazie al rifiuto del truccatore di usare CGI in favore dei cari vecchi trucchi prostetici.

 

Insomma, qui dall’Horror stiamo tutti bene.  Baci dal progredire della notte(e del genere).

Si becca un bel 7+.

giovedì 11 giugno 2026

OBSESSION (2026)

 

 


 Curry Barker

 

...I wish I was a sacrifice but somehow still lived on I wish I was a sentimental ornament you hung on...

 

Quante volte avete sospirato per una persona desiderando: “Vorrei che lei/lui/pronome a caso mi amasse”? A chi non è successo?

Bene, Curry Barker usa l’horror, un milione di dollari sganciati dalla Blumhouse e risponde alla domanda col suo esordio, Obsession.

La trama è semplice: lo sfigatello Bear (Michael Johnston) è perso per Nikki (Inde Navarette), l’amica e bella della compagnia che non se lo fila manco di pezza. Un giorno Bear acquista in un negozietto di oggettini magici il Salice dei desideri - il Macguffin della storia - un bastoncino che, se spezzato, garantisce un desiderio; cosa che Bear fa, chiedendo che Nikki lo ami più di ogni altra cosa al mondo. Voilà, i due fanno coppia, ma presto Nikki diventerà molto possessiva, molto tossica...

Barker parte dall’idea che sta alla base del racconto La zampa di scimmia di W. WJacobs (venuta al regista, mentre guardava la puntata eponima dei Simpson) cioè attenti a ciò che desideri, ma lo usa per raccontare le relazioni (tossiche e non) ai tempi moderni. Possesso, lusinga, insicurezza.                  L’amore (che) fa male alla coppia. Ossessione, ma da entrambe le parti.

Bear è un insicuro, timido, apatico e mantiene questo carattere per tutto il film, perché è lusingato dal fatto che Nikki sta con lui, anche quando lei comincia a manifestare certe storture mentali fra sorrisi vacui e allucinati, quelli trattenuti un attimo di troppo e che ti fanno pensare: “Oookay tutto bene?”              Proprio quei sorrisi dolorosi e crepati, insieme a cambi di tono di voce fra urla e sussurri e “No,no, no, NO!” sparati a raffica prima e cantilenanti poi. Tutte Red Flags che il nostro ignora a sé stesso, opponendole solo deboli scuse balbettanti, che ripete prima a sè stesso e poi quasi fantozziano a lei: “Nikki, ehm... così non va bene...”, persino quando lei lo aspetta immobile davanti al salotto per ore, senza trattenere i propri bisogni o quando gli cucina la gatta e gliela serve nel panino a pranzo.

Dall’altra parte c'è lei, la Nikki di Indi Navarrete, perfetta per la parte; con lei Curry lavora sui primi piani inquietanti, silenzi di 'sta povera Crista posseduta da un incantesimo su un uomo che non ama, sospesa in una schizofrenia emotiva che non risparmia anche il sangue, come quando Nikki si flagella col mattone o prende a mattonate in faccia l'amica innamorata di Bear.

Curry è bravo anche con la sottotrama  degli amori non corrisposti: lui che ama lei che non se lo caga ma è amato da un'altra che sarebbe anche più adatta, ma il tarlo per la prima che non si può avere ti porta a cadere in un loop. A chi non è mai capitato almeno una volta di trovarsi in una girandola simile? Dai, non ci credo.Amore e immaturità, come Bear, che pur capendo la situazione è totalmente abulico e incapace di staccarsene, anche quando vorrebe rompere l'incantesimo (la telefonata al negozio che ricorda quella di The Substance, solo più perculante, un pò come parlare con un call center svogliato. Ecco, questa magari è un'esperienza da evitare).

Adesso non ci resta che aspettare il prossimo lavoro di Barker, sperando che mantenga le promesse di quest'opera prima.  Anzi, è il mio desiderio.

Per cui, un bell' 8. 


 


mercoledì 10 giugno 2026

SPOOKIES (1986) ): Horror Toy Story

 

 

1986, Thomas Doran e Brendan Faulkner ed Eugenie Joseph 

 

Vi ricordate quando da piccoli volevate i giocattoli dei Masters, ma vi regalavano la versione tarocca comprata dal tabacchino di quartiere? Quella coi colori sparati e sbagliati, da pugno nell’occhio o da copertina di bootleg?  Quelli che pur non essendo uguali avevano un’aria comunque genuina. Ecco, questo compleanno è esattamente così.

Il 1986 è un anno dove l’horror sforna una serie di titoli cult, ve ne dico due, così tanto per darvi l’idea: La Moscae Critters. Ed ecco che fra tanti grandi ti sbuca questo filmetto abbastanza trash, con un titolo e una copertina che sembrano la bozza scartata di un gioco da tavolo…salvo che anziché essere sugli scaffali del giocattolaio, sta appollaiato in quelli della videoteca di fiducia.

Filmetto bizzarro, questo Spookies, che si può riassumere con una frase: quando gli inglesi cercano di fare i produttori a casa delle loro ex colonie, finiscono per creare prodotti trash.

All’inizio è un progettino intitolato Twisted Soulse messo su dalla Vipco, la casa inglese produttrice dei nasties horror per eccellenza, co-diretto da Thomas Doran e Brendan Faulkner che se lo sceneggiano e producono pure, girato fra la fine dell’estate e i primi di ottobre dell’84 alla Jay Estate vicino a New York, la classica villa in stile palladiano che tanto successo ha avuto nelle ex colonie. La trama doveva vertere sul solito gruppo di “ciofani” dentro una casa stregataDa notare che il concetto di “giovane” di quegli anni o delle esigenze di casting fa sì che il parco attori sia composto da ultraventenni (e pure più in là) con tutte le declinazioni del caso: la tettona scollata, il tamarro imbrillantinato alla Tony Manero col vestito da Tron, la perfettina, il serioso maturo e rompipalle, lo scemo di turno baffuto che sembra l’anello di congiunzione tra Al Yankovic e Nando Paone ma col guanto a pupazzo e via clichéttando (se ho inventato un neologismo lascio l’Iban).

                                                         Sei personaggi in cerca d’orrore

Oltre alla carne da macello c’è anche un gruppetto di mostri dal make-up vecchia scuola abbastanza gommoso e schifiltoso che dovrebbero aggiungere sapore alla storia ed in effetti non sono malaccio: Abbiamo una ragazza indemoniata che pare un outtake de La Casa di Raimi, uomini fango scoreggoni con tanto di effetti sonori da fare invia a Pierino, un Tristo Mietitore residuato di qualche carnevale e la donna ragno che diventa un po’ il mostraccio simbolo del film. Fin qui tutto bene, come direbbe il suicida mentre precipita.

 

Il mio giostraio con 5000 lire la faceva meglio.

Senonché ecco il primo impatto: il capoccia della Vipco, Michael Lee non gradisce le riprese e blocca tutto, tipo arresto forzato di Windows 98 - o peggio - lo strombazzamento a sirena di Norton Antivirus se becca un cookie che non gli piace (scusate, oggi è molto boomer) e Twisted Souls finisce dritto nell’oblio, senza uno straccio di post-produzione, abbandonato al suo destino, finché due anni dopo viene risvegliato dal montatore Eugenie Joseph, sempre su richiesta del produttore per girare altre scene su un nuovo script, che dovrebbe amalgamare tutto, finendo per creare un film bipolare, tipo un panino nutella e carciofini.

La storia originaria prevedeva i giovanastri nella casa stregata? E noi ci mettiamo la sottotrama di uno stregone che vuole riportare in vita la sua amata sposa tramite sacrifici umani e ci infiliamo il prologo di un ragazzino che scappa di casa perché i genitori si sono dimenticati il suo compleanno, incontra un vagabondo e poi finisce nella villa maledetta prima di fare una brutta fine per mano di un uomo gatto con un uncino. Ok, qualcuno ha fatto colazione con i cereali e Latte più di Arancia Meccanica.

Alla fine, esce in Francia nell’86 e negli USA nell’87 e negli anni si conquista uno status scult: le due parti di storia non interagiscono minimamente, i personaggi vagano per la casa che pare grande quanto Versailles (o il campo da calcio di Holly e Benji) con dialoghi idioti incontrando un campionario di mostri con lo schema da luna park: stanza/mostro/urla a caso/muori male.

Le apparizioni dello stregone che tutto comanda sembrano anticipare Atmosfear, il gioco del brivido, fra il look da povero, battute penose e il figlioletto vampiro incappucciato che sembra scappato dal set di Phantasm. Davvero, cosa mettevano nel caffè?

 

Eppure Atmosfear me lo ricordavo diverso

Rivisto a oggi fa tenerezza e qualche risata di raccapriccio. Gli anni ’80 sono (stati) anche questo: esagerati, colorati, fumettosi.

ODISSEA (2026)

        And I wished for so long, cannot stay All the precious moments, I cannot stay It's not like wings have fallen, I cannot stay B...