Luigi Magni
La signora ha un nome cha fa paura…Libertà, libertà.
Ciao Giuditta.
Quando ho letto che anche Claudia Cardinaleè passata al lato bianco dello schermo, mi è scorsa davanti una galleria di ruoli: la donna angelo in 8 e1/2, il primo film dove recitava non doppiata, con Fabio Testi ne I guappi, l’adultera redenta nel Gesù di Zeffirelli… Ma c’è un ruolo che è mi è rimasto marchiato a fuoco nel cervello, quello che ha fatto scattare questo piccolo omaggio: Giuditta Di Castro, la “giudia” nella Roma papalina Nell’anno del Signore dove accende più passioni e rivoluzioni dei moti carbonari che serpeggiano in città. Un personaggio che forse Claudia Cardinale è stata anche nella vita (vedi la relazione-guinzaglio con Franco Cristaldi), forte ma anche umana, che, come la Giuditta del film, ha l’unico argomento che può avere una donna per convincere un uomo: l’amore.
Nella Roma del 1825, il ciabattino analfabeta Cornacchia (Nino Manfredi) è in realtà Pasquino, l’autore di satire contro la Chiesa e il clero e convive con Giuditta, un’ebrea che gli fa da aiutante. Ma Giuditta ha il cuore che pende per il dottor Leondina Montanari, un medico ebreo e carbonaro col vizio della cospirazione contro il Papa. Quando Cornacchia scopre che Filippo Spada uno dei congiurati li ha denunciati al colonello Nardoni (Enrico Maria Salerno) - sperando così di salvare la propria figlia dal vaiolo -, corre ad avvertire Montanari, il qual però decide di seccare il delatore con una bella coltellata prima che spifferi tutto. L’attentato però fallisce e Montanari e il suo socio di lama Targhini finiscono ai ceppi in attesa del processo che sarà presieduto dal sagace e inflessibile Cardinal Rivarola (Ugo Tognazzi) e Cornacchia si troverà a compiere delle scelte‘de core e degli errori di penna per salvare il salvabile, fosse anche un volemose bene con Giuditta…
Tratto liberamente da una cronachina romana– l’esecuzione di Targhini e Montanari – il film mette insieme in cast stellare tra attori nostri e esteri. Magni voleva attori sconosciuti per renderlo più veritiero, ma la produzione impose nomi grandi per renderlo più appetitoso. Ci sono pure Sordi nei panni un frate zelante, Britt Ekland, impagabile nel ruolo della moglie snob e zoccola di Spada, che quando arriva con la carrozza e lo vede a terra accoltellato, si lamenta della figlia e della vita a Roma. Ma la vera chiave di volta è Giuditta.
Giuditta è ebrea, rea di convivere con Cornacchia come le viene ricordato costantemente e dalle prediche forzate (volute da Papa Leone XII) a cui deve assistere. Ma se era destino che Lui morisse, allora avemo fatto la sua volontà, ci sussurra in un inteso primo piano. Giuditta è Cicerona di Targhini, quando di cerca di farlo scappare, in un’altra scena notevole (ma falsa) dove gli racconta che in quel palazzo vivono rinchiuse la madre e la sorella di Napoleone, riflettendo sulla caducità delle glorie passate.
Giuditta trascina il suo rapporto con Cornacchia, che non reputa uomo abbastanza (ma non sa che lui è Pasquino), volendo qualcosa di più che un tirare avanti a volersi bene. Vorrebbe i basettoni di Montanari, forse perché sinceramente innamorata di lui, ma le dispiace anche per Targhini, così giovane e pronto a sacrificarsi per la causa della rivoluzione, e come farsi ascoltare? Con l’amore e il malinconico Tema di Giuditta, musicato da Trovajoli che più degli occhi scuri della Cardinale vestono Giuditta di tutte la passioni e intenzioni. Perché Giuditta, come tutte le donne sa che l’omini sono come dei bambini, anche se hanno la Carboneria e aspettano che il popolo si svegli, deve essere materna e portarli a casa, anche se sa che fallirà.
Giuditta è donna, Giuditta è tante donne. Giuditta è Claudia Cardinale.
Buonanotte, popolo. Buonanotte Giuditta.

