sabato 29 novembre 2025

FRANKENSTEIN (2025)

 


Gulliermo del Toro

 

 ..Half broken-hearted
   To sever for years,
Pale grew thy cheek and cold,
   Colder thy kiss;
Truly that hour foretold
   Sorrow to this...

 

Nonostante Frankenstein sia sposato con una dalle mèches tanto ondulate quanto iconiche, al cinema ci va sempre (o quasi) in coppia con Dracula; bromance fra mostri.  Appena esce uno, dopo un po’ spunta anche l’altro e quasi sempre è uno dei due adattamenti a vincere e risultare più bello/riuscito/ moderno/più quello che ti pare, basta parlarne. La Universal ha lanciato Dracula con brillantina e il rossetto di Bela Lugosi ma Frankenstein con Boris Karloff stravince e sforna un sequel che gli sta da pari. Vent’anni più tardi la Hammer entra a gamba tesa col barone più gelido e britannico di sempre; eppure, sono i canini di Christopher Lee a trionfare l’anno dopo. Trent’anni dopo Coppola ci regala o’ vampiro ‘nnamurato e sbanca il botteghino contro un Frankie col look da palla da baseball che sarà pure Robert De Niro, ma il suo regista Kenneth Branagh è più bravo a rianimare Shakespeare che Mary Shelley.

E così arriviamo ai nostri giorni: dopo il Dracula à la Besson, questa volta il match lo vince Frankenstein, galvanizzato da Gulliermo del Toro, che assembla una creatura di 2 h e 29 minuti, cucendo compromessi e riscritturee usando come corrente galvanica proprio Netflix per arrivare al grande pubblico ma usando la testa e un cuore, che, come chiosa la citazione finale di Byron: si spezzerà, ma continuerà a vivere anche da spezzato, frase che riflette la morale del film.

Una nave danese bloccata dal ghiaccio, trova un malconcio Victor Frankenstein e lo carica a bordo. Nottetempo il vascello è attaccato da un energumeno incappucciato. Victor racconta al capitano di essere il creatore di quell’essere e via col flashback: i dolori del giovane Victor, vessato da un padre tanto luminare quanto autoritario – cameo di Charles Dance - e ossessionato dalla morte della madre (Mia Goth nel doppio ruolo tanto per accentuare l’Edipo) il quale a fronte di ciò cerca la chiave per rianimare ciò che è morto. Grazie ai finanziamenti di un mecenate che vorrebbe allungare la sua vita(Christoph Waltz, che quest’anno fa il bis dopo il Dracula Bessoniano) il nostro assembla pezzi di cadavere e grazie al fulmine riporta in vita la creatura, che però ha qualche problema di logopedia oltre che possedere una forza bruta e che Victor reputa un fallimento.

A questo punto il microfono passa alla Creatura che racconta al capitano la versione di Frankie: maltrattato dal barone, desideroso di un affetto che non potrà avere, a parte la simpatia di Elizabeth (Mia Goth again, dalla posa preraffaellita e amante del macabro, un’Elizabeth che unisce amore e morte con una vena malinconica e mercuriale) e quasi accoppato dall’incendio che mira a distruggerlo, il nostro (o mostro?) che nel frattempo ha imparato a parlare, chiede al creatore di avere almeno una compagna. Avuto di picche, i due si inseguiranno fino ai ghiacci polari…

La storia è raccontata attraverso due versioni: due facce e una sutura della stessa medaglia. Victor è un dandy infantile che beve litrate di latte per sopperire alla carenza materna, sanguigno, collerico. Del Toro ha chiesto a Oscar Isaac di prendere a modello David Bowie e Mick Jagger, ma qui è davvero the doctor who fell on ice. Jacob Elordi invece è una Creatura che ha qualche debito di look con quella di Penny Dreadful,solo un po’ più simile a certe manichini anatomici, però nel 2025  ha più senso rifarsi alle vaghe descrizioni della Shelley che al mascherone di Karloff  (con annesso pagamento di copyright alla Universal) e in fatto di emozioni è quasi uno specchio del suo creatore,  addirittura più cinica, tanto è esacerbata dall’odio verso di lui.  

La sceneggiatura è frutto di compromessi e riscritture, proprio come il suo soggetto, - la parte col cieco è un po’ troppo glicemica - ma Del Toro spinge ancora più là fra set ricostruiti in studio che ricordano Crimson Peak e i lavori più barocchi.  Ed è lui che ci ha messo il cuore, per raccontare un Pinocchio nel paese degli Orrori, un burattino spezzato ma che continua a battere, un rapporto padre e figlio fatto di odio e disinteresse.

Il 2025 è stato l’anno bromance di questi due Classiconi, ma come in tutte le coppie c’è sempre un terzo lato incomodo e nel loro caso, prima o poi nel loro ménage cinematografico s’imbuca sempre l’Uomo Lupo. Presto o tardi arriverà il licantropo firmato da Eggers, col quale l’anno è iniziato. Speriamo che qualcuno si ricordi di invitare la Mummia. E il dottor Jekyll? Ho telefonato ma ha risposto il suo coinquilino, tale Hyde…

Consigliato.

domenica 9 novembre 2025

DRACULA – L’AMORE PERDUTO (2025)

 

 

 

 


 

Luc Besson 

 

           ...Sei giovane, sei forte, sei bello... 

 

2025:Dracula colpisce ancora!   

L’anno si è aperto col gelo del Nosferatu di Eggers e dopo l’estate ritroviamo il conte vivo e in salute… a Parigi sotto la regia di Besson. Abbastanza uno shock devo dire, ma Dracula non si nutre solo di sangue. Ormai è uno specchio che riflette chi lo guarda, il suo mito una superficie levigata dal secolo di cinema… anche se a volte fa vittime illustri. Citofonate a Dario Argento.

Quando è uscito l'orrendo trailer di questo Dracula – L’amore perduto (giustiziate il colpevole) ho subito pensato ad una tamarrata /fotocopia del Dracula di Coppola, un obbrobio che ti chiedi il perché e in cui mi spiaceva vedere coinvolto Christoph Waltz come Van Helsing…Finché non ho visto il film e ho aggiustato il tiro.

Nel 1400 e rotti, Vlad II di Valacchia, che passa le sue giornate in un rapporto esclusivo con la consorte Elizabeta, viene chiamato a combattere contro l’avanzata dei turchi. Il principe raccomanda la sposa alla protezione divina e parte per la pugna che lo vede vincitore; ma al messaggio che l’amata è caduta in un’imboscata si precipita a salvarla, finendo però per ucciderla lui stesso accidentalmente; come rovesciare Coppola in pochi minuti. Segue la rinuncia a Dio che lo condanna a non morire, nonostante Dracula cerchi di suicidarsi per ricongiungersi all’amata. Vagherà così per la terra per ricercarla, finché quattrocento anni più tardi l’avvocato Jonathan Harker arriva al castello per trattare l’acquisto di una casa a Parigi finendo prigioniero del conte che scopre che sua moglie Mina somiglia, molto, troppo ad Elizabeta. Intanto la Francia si prepara ai festeggiamenti per il centenario della Rivoluzione e il prete Van Helsing è chiamato ad  indagare su uno strano caso di vampirismo…

Se la trama vi sembra la fotocopia del film di Coppola non preoccupatevi: a Besson non importa fare un remake zuccheroso, ma piuttosto smontarne l’impianto noto e sparigliare le carte, focalizzandosi su altri aspetti. Dracula ha il volto spigoloso di Caleb Landry Jones che ricorda Klaus Kinski nei suoi giorni migliori: solo nei primi dieci minuti tromba, gioca, ride con Elizabeta in un modo fanciullesco e possessivo, s’incazza, esagera, maledice. Poi da vampiro si muove fra nonchalance e disprezzo, sciupando le donne come avrebbe fatto il buon Klaus,  grazie anche ad un profumo irresistibile che gli permette di averle tutte ai suoi piedi (ma gliel’ha fatto, il Grenouille de Il Profumo?). Comunque funziona meglio della blatta messa in scena di Dario Argento. Guardatelo nella sequenza in cui il Dracula arriva al manicomio e viene accolto come un Messia dai pazzi a cui rivolge cenni distratti e semibenedicenti. Al castello poi, non ha vampire libidinose ma…dei Gargoyles a fargli da buffi servitori. Besson butta un occhio anche al Dracula di Moffat nella scena del convento e si ricorda anche de I Diavoli di Russell nella piramide godereccia con le suore attratte dal suo diabolico profumo.

Il suo è un conte lontano dalle pruderie vittoriane, più a suo agio con mondo frizzantino della Belle Epoque e funziona, alleggerendo il cotè sentimentale. La Mina di Zoe Sidel è più simile ad un eroina tipo Adele de Blanc-Sec che non alla donna volitiva di Stoker, mentre Harker qui è tappezzeria, anzi forse il più anonimo degli Harker, che merita di finire cornuto e mazziato senza manco farsi spupazzare da vampirette vogliose. A tal proposito, Matilda De Angelis invece è una Maria/Lucy vampirettra facente funzione elemento comico voluto, che è quello che è mancato a Darione, ma se ci metti tua figlia Asia con l’accento romanesco...insomma te la cerchi. Chi recita una spanna sopra tutti è Christoph Waltz, prete filosofo e portavoce della ragione più che della fede, l’altra faccia del Van Helsing di Anthony Hopkins.

Nel comparto musiche abbiamo la colonna sonora firmata da Danny Elfman, che piazza degli score interessanti.

Non un film perfetto, probabilmente molti sghignazzeranno pensando agli “oceani del tempo” di Gary Oldman coppolianmo, ma questo Vlad II attende e ha pazienza. Se non vi piace, probabilmente neanche voi piacete a lui, ma non importa: Dracula non è qui per voi, ma per Elizabeta. Voi siete i terzi incomodi in una storia d'amore perduto. Il resto, come diceva il Califfo è noia.

Promosso per fedele infedeltà.

domenica 2 novembre 2025

HONEY DON'T! (2025)

 

 


 

Ethan Cohen

 

Once upon a time i fratelli Cohen, per gli amici “il mostro a due teste”.   Dopo trentaquattro anni di onorata carriera i due fratelli del Minnesota stanchi del ménage registico, sono andati “fuori sincrono”. Si vedono, si parlano, abbozzano idee, ma poi ognuno va per il film proprio. Fuori fase, una fase passeggera. Chissà.

Intanto Ethan assieme alla moglie Tisha Cooke concepisce una “trilogia di film lesbici di serie B” inaugurata da Drive Away Dolls e con protagonista Margaret Qualley, che da quando ha nudeggiato in The Substance non riesco più a guardare con gli stessi occhi. Ma forse l’intenzione di Ethan è proprio questa, usare la Qualley nella forma più eclettica possibile, una e trina. Tarantino le faceva fare l’hippie dai piedi sporchi e premuti sul parabrezza dell’auto di Brad Pitt per il suo diletto fetish? Ethan la rende la protagonista assoluta con la stessa leggerezza. La Corgeat l’ha proiettata e denudata come alter ego horror di Demi Moore, come un’Incantevole Creamy horror? Ethan le fa lesbicare senza tanti fronzoli, ma in tanti posti diversi. Ethan dacci oggi la nostra Qualley quotidiana.                                                           

Honey Don’t è il secondo film della serie, nonché la targa dell’auto della protagonista Honey Donahue (Miss Q.) detective privata e lesbica che si trova a indagare su un incidente d’auto nella solita sonnacchiosa cittadina di provincia. La vittima è una donna che le aveva chiesto un appuntamento, ma che non ha fatto in tempo ad incontrare proprio per l’incidente. Ma è stato davvero tale? Fra poliziotti indolenti, nipoti che scompaiono, un’archivista della polizia con cui finire a letto e una setta guidata da un pastore di destra e paravento per spaccio la nostra scoprirà alcune verità, non proprio belle…

Al secondo film da solista Ethan sceneggia dirige e produce in compagnia della moglie come nel primo Drive Away Dolls ma con un tiro diverso rispetto al precedente. Mentre l’altro era un road movie sciocchino con un pizzico di noir da Cohen e qualche cameo de luxe, qui i due sembrano puntare più su un pulp da provincia, come i libretti da pochi spiccioli e una copertina simile alla locandina del film: pupe, detective, crimini e pistole e sesso, of course. La Qualley si muove con grazia, in un ruolo che probabilmente è l’evoluzione del film precedente e Aubrey Plaza le fa da contraltare, la dose di noir è ancora accennata, infatti mancano il caos e il caso a cui i fratelli ci hanno abituati. Ecco la sensazione generale è proprio questa: che manchi un ingrediente, una cattiverie di più, uno schiaffone che faccia volare le carte del destino.

O forse l’intenzione è proprio quella, un proto pulp senza troppi pensieri e tanta Qualley.

E ora vai col numero tre.

 

Solo per chi vuole ottanta minuti di leggerezza tascabile.

I PECCATORI (2025)

    ...Got my mojo workin', but it just won't work on you I wanna love you so bad, I don't know what to do...   Ryan Coogler  ...