domenica 31 agosto 2025

HOWLING II - L'ULULATO (1985)

 

 

 


 

 

Philippe Mora

 

 

 

 

in the pale, pale light.
pale, pale light of  the moonglow.
howling

 

 

 

Sulla coda dell’estate 2025, troviamo questa codina di lupo spelacchiata di 40 anni fa, buona per appenderla al vostro specchietto retrovisore: L’ululato 2, detto anche Howling II -  o Howling II…Your sister is a werewolf più un altro codazzo di titoli alternativi in base alle varie edizioni home video -, il primo sequel della cucciolata iniziata con l’ottimo L’Ululato di Joe Dante di quattro anni prima. Il film che segna il ritorno di Christopher Lee all’horror dopo circa dieci anni di assenza (dai tempi della Hammer per intenderci), dove l’attore ha tentato un rilancio internazionale della carriera in America. E la scelta di tornare qui…non è esattamente felice. Caro Zio Chris, era meglio se avessi seguito il tuo vecchio amico Peter Cushing nella rimpatriata Hammer di L’Ora del mistero e simili….

Il film si apre con Lee monocorde in sovrimpressione su una galassia che legge dei passi biblici, una roba che pare un programma notturno di tarocchi su reti private, per poi riallacciarsi alla fine del primo film: dopo la morte di Karen, che si è trasformata in lupo mannaro in diretta tv, il fratello di lei, Ben viene avvicinato un triste figuro di nome Stefan Crosscoe di professione  “lupomannarologo”  (Lee, appunto), che lo informa che sua sorella era un lupo mannaro e che per dar pace alla sua anima occorre andare in Transilvania a distruggere la Regina dei licantropi Stirba (Sybil Danning), la quale dal suo castellaccio fa il bello e cattivo tempo, tra rituali trash e orgette a tre. Ah beh, si beh, se lo dice lui...

Tutto nel film è sbagliato: a cominciare dalla scelta del regista Phippe Mora, che ha riscritto l’idea originaria del sequel del romanzo di Gary Bradner (tirato a bordo pure lui, poraccio) spostando l’ambientazione dal Messico ad una Transilvania “contro figurata” da una Praga sorvegliata dalla polizia locale, visti i tempi di guerra fredda, più alcuni interni posticci e qualche ripresina a Los Angeles.  Gli effetti speciali poi, sono di un penoso, tra zoom e piccoli dettagli col look dei lupi mannari simili a scimmioni. E dire che Lee apprezzava i lavori di Mora, avendo fatto con lui quella pacchianata di The return of Captain Invincible…Il che fa sorgere i dubbi sulle capacita di giudizio dell’attore, anche se quando Joe Dante lo ha chiamato per il suo Gremlins 2, Lee si è scusato con lui per aver partecipato a ‘sta vaccata.

Lee da par suo è poco convinto, mesto e svogliato, probabilmente recita pensando ai soldi, mentre il grosso del film poggia sulle poppe di Sybil Danning, bionda vichinga che recita con le seguenti espressioni: nuda, impellicciata con peli finti e con completino da battaglia a metà tra il S/M e Mad Max dei poveri. Non esattamente un capolavoro. Fiacco, lento, trash, con musiche synth, del gruppo Steve Parson & Babel, una specie di Enrico Ruggeri coi Decibel, ma in versione discount che compaiono nel film nella scena della discoteca. 

Unico motivo di visione sta nel finale, in cui c’è lo “Spoppamento” (La Danning che si strappa il reggiseno) ripetuto 17 volte sulla canzoncina Howling. Ma visto una volta, basta.

Comunque consolatevi: i sequel successivi sono ancora peggio.

Sta su Prime a noleggio: passate pure oltre e guardatevi lo spoppamento

sabato 23 agosto 2025

WEAPONS (2025)


 

 

 

 

Zach Creggers

 

 

 

 

Sweet child in time
You'll see the line
The line that's drawn between
Good and bad

 

  

Cosa succede quando uno spunto alla Stephen King incontra un archetipo da fiaba nera e trova un regista capace di mescolare le due cose? La risposta è Weapons, l’horror estivo – e piacevole sorpresa - uscito nelle sale il 6 agosto di quest’anno.

Cittadina di provincia (leggi:culonia) in Pennsylvania. Alle 2:17 di notte, diciassette bambini di una classe  si alzano dal letto e fuggono via nella notte, scomparendo misteriosamente. Tutti tranne Alex, più sfigatello e dimesso. Lui e la maestra della classe Justine (Julia Garner) vengono interrogati, ma senza indizio. La città è in crisi, la polizia brancola nel buio, Justine viene allontana dalla scuola, sospettata e additata come “Strega”( glielo scrivono pure sulla fiancata della macchina) e pedinata dal burbero e ostinato Archer Graff (Josh Brolin),padre di uno dei compagni di classe di Alex. Justine da par suo ammazza il tempo libero sbevazzando vodka tonic e flirtando con l’ex amante sposato, il poliziotto Paul e cercando di parlare col piccolo Alex a cui viene proibito di interagire. E in effetti c’è la quadra che non cosa nella faccenda…

Zach Creggers scrive e dirige un horror che punta sui personaggi e sulle loro dinamiche, dimostrando di aver capito la lezione di King sulla quotidianità del male, sugli intrecci dei personaggi e sul potere unico dell’infanzia. La storia è divisa in vari capitoli, uno per prospettiva di personaggio, come tessere del puzzle che permette di vederli  tutti con i loro chiaroscuri: Justine è molto premurosa con gli alunni, ma la disgrazia la abbruttisce fra cocktail casalinghi e legami pericolosi, Archer è un Brolin granitico, il pater familias made di provincia made in USA, pronto a tornare al medioevo pur di avere delle risposte, in bilico fra ossessione e superstizione. Paul è un poliziotto mediocre, incastrato in un matrimonio con la figlia del capo della polizia e un conto in sospeso col tossico del paese James, una specie di Jay di Silent Bob fatto di crack e dedito a furtarelli. Il preside asiatico e gay Marcus amante del quieto vivere e la zia Gladys, che King avrebbe dipinto così bene, ma anche Cregger sa il fatto suo. Pochi jumpscare (Deo gratias) e una buona dose di truculenza con sangue che schizza e e corpi dilaniati quando serve; e in due ore di film, il ritmo non latita, anzi viene costruito un passo alla volta. 

Sulla spiegazione del mistero qualcuno più bue (o più esigente) potrebbe storcere il naso, eppure funziona. Non tanto per la soluzione scelta, quanto per come viene portata in scena, fra sguardi, silenzi, segreti e routine che Creggers racconta per immagini che sembrano una perfetta trasposizione di certe pagine kinghiane. Ma – e qui chiedo scusa allo Zio Steve – mentre lui avrebbe annegato il finale nel caramello, Creggers azzecca una chiusura più agrodolce a là Matheson, sottolineata dalla frase finale. E di questo lo ringrazio.

Che fate ancora qui? Fate come i bimbi dell’incipit e correte a vederlo perché è CONSIGLIATISSIMO.

I PECCATORI (2025)

    ...Got my mojo workin', but it just won't work on you I wanna love you so bad, I don't know what to do...   Ryan Coogler  ...