EP, Spotify
Giovedì 4 dicembre è approdato su Spotify Distance, primo EP del Blue Oblivion, band genovese presentato in anteprima live il 28 novembre al Katana a Genova. Sono stato tra i fortunati che ha potuto gustare la premiére oltre al sushi e gli ordini dei piatti che sembravano una tombola (1, 31, 46, 68), il repertorio completo del gruppo più cover assortite. E qualche giorno dopo eccomi a fissare la ragazza manga in copertina all’EP che mi guarda a sua volta con un’ aria d’insofferenza/indifferenza giusto un po’…distance appunto, prima di infilarmi le cuffie per sentire come suona il lavoro fatto in studio, e…Beh ragazzi, con questo EP vi rifate di sicuro decibel dalla trap, garantito. La band ha una sonorità che possiamo definire…già come li definiamo? Azzardo un indie lounge, ma le influenze sono diverse. I Blue Oblivion sono Stefano Berretta alla voce, chitarra e testi; Monica Traverso al basso e vestiti scuri e Angelo Bellinzona alle pelli, piatti e rullanti nuovi fiammanti. E come ogni membro di qualsiasi gruppo sono un amalgama di stili e gusti diversi, ma che mischiati insieme trovano un loro equilibrio di note. Stefano ha nel suo pantheon Nick Cave, Billy Bragg, Robert Smith, Joe Strummer e una spruzzata di Cobain; tutte scelte che mescola negli accordi e che pennella nei suoi testi autobiografici. Monica invece, predilige più folk, Tamla Motowon e un allure di Duca Bianco e Pino Palladino, insomma il classico basso defilato ma presente e pulsante, ma questa e la vita dei 90% dei bassisisti. Sting è l’eccezione che conferma la regola. Angelo invece viene dal rock e il prog più puro, Phil Collins è il suo profeta, Vinnie Colaiuta il Messia, il metronomo l’arma segreta.
Apre le danze The Rescue, un pezzo radio friendly (ma dal vivo cala di bpm, per andare incontro al dramma della canzone) che racconta con pathos esausto la supplica del soccorritore. Un biglietto da visita impeccabile, sostenuto da un groove pulito à là Red Hot Chili Peppers e da un basso corposo senza essere ciccione ed abbellito da multi strati di chitarra che accompagna la voce di Stefano su una struttura intervallata da parti strumentali e stop and go non banali.
Nirvana in salsa quasi western per il brano numero due, quella Safe’n’ sound conosciuta come Gasoline per gli addetti ai lavori, canzone quadrata col distorto sul ritornello e un suono più ignorante ma non troppo. Se non siete nostalgici delle camicia di flanella e della scena di Seattle passate oltre: la vera gemma dell’Ep è la traccia numero tre, l’ipnotica Sunny Skies.Sopra un groove sghembo che inciampa, si attarda, rolla e beccheggia ma gira che è una meraviglia – e soprattutto è un 4/4, complimenti al batterista – scivolano gli accordi di chitarra come gocce di pioggia su un parabrezza, col basso a fare da collante all’interpretazione di Stefano, che con qualche eco piazzata nel modo giusto, fa la sua figura. Come accade ai pezzi migliori, rischiava di essere esclusa dall’album per dubbi sulla resa, ma grazie alle pressioni dei compari Monica e Angelo viene fortunatamente ripescata e registrata. Un pezzo che brilla di una luce…sunny, che Stefano usa per mostrarci le ombre. Se non si è capito, è il brano che ho gradito di più.
Per sempre immobile si appoggia su un’atmosfera drum ‘n’bass che fa muovere la testa e canticchiare. Il basso pedina il cantato rendendolo un pop adulto e la batteria non sgarra un colpo fra fill educati e shuffle. Non male per un brano con quel titolo.
L’allegra Still è fatta per chiudere i concerti con suo andante e un riff che ti si pianta in testa e che non riesci a smettere di fischiettare. Qua Stefano può divertirsi con più chitarre che tessono dei contrappunti deliziosi mentre snocciola i suoi versi come se fosse proprio l’ascoltatore ad essere la persona con cui sarebbe carino bersi un drink o due… Se non vi viene da battere il piede, avete l’orecchio di pietra e non vi voglio conoscere.
La marziale La Tua Voce chiude i ventitré minuti di ascolto del disco e racchiude un po’ tutto la summa del sound della band, fra cambi di tempo, aperture e chiusure nelle dinamiche, accordi squillanti, bassi rotondi, fill scoppiettanti e addirittura una marcia militare in coda al brano che si dissolve lentamente in un fade verso l’oblio. Blu, ovviamente.
Consigliato.
Lo trovate qui: https://open.spotify.com/album/2DcvhjziF8zjlH6Kyl48db?si=-iXv1YpBRXyCO8VjNd9YAA

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