mercoledì 30 aprile 2025

DANZA MACABRA (1964)/ NELLA STRETTA MORSA DEL RAGNO (1971)

                                 ...Voi confondete la tomba con la morte, amico mio...



Anthony M. Dawson (Antonio Margheriti)

 

Il giornalista Alan Foster intervista Edgar Allan Poe durante una serata all’osteria. Lo scrittore afferma che le sue storie non siano fantasie, ma cronache di fatti veri e allo scettico Foster propone una scommessa: passare la notte in un maniero disabitato dal quale nessuno è tornato. Questi accetta e giunto a destinazione, scoprirà che di non essere solo. Conoscerà la bellissima castellana Elizabeth e il suo morboso parentado, nonché degli ospiti che lo hanno preceduto: sono tutti fantasmi, condannati a rivivere le loro sventure in quella notte dell’anno. E hanno fame d’amore e di sangue.

Corre l’anno 1964 e il Gotico Italiano è al suo zenith. E’nato qualche anno prima ad imitazione del successo di Dracula Il Vampiro (1958), ma subito diventa una costola autonoma. Infatti, a parte mutuare ambientazioni a base di cripte e castelli, ci mette qualche ingrediente nostrano: il senso del peccato, il gusto della colpa e dell’espiazione e qualche dettaglio pruriginoso per le copie distribuite all’estero. E poil’Asso nella manica, anzi la Regina: Barbara Steele, corvina e dai lineamenti appena marcati lanciata da Mario Bava in La Maschera del Demonio(1960), che diventasubito diva epresenza fissa di molte pellicole del genere, specie nel doppio ruolo di santa & strega.

Danza Macabra è forse l’apice; una storia di fantasmi torbida ed elegante grazie anche al bianco e nero, che dà al tempo e alle vicende dei personaggi lo scorreredi un carillon,un rondò ineluttabile che…postuma necat. Il finale è tanto nero quando rosa, una goccia di dolce nell’amaro calice del Gotico.

Margheriti costruisce una tensione basata sull’attesa grazie all’ottimo incastro che la sceneggiatura offre. Subito il film era stato pensato per Sergio Corbucci, ma il nostro regista si era innamorato del soggetto. Cosa che spero farete anche voi, quando lo guarderete.

Se poi volesse aggiungere una tacca al vostro carniere di film horror, vi basta scendere di una riga.

  

                                                   …E venne l’alba, ma tinta di rosso.

 

Guardare Nella stretta morsa del ragno, dopo aver visto Danza Macabra è come svegliarsi la mattina dopo un party meraviglioso e scoprire i danni che può fare il mascara ad una donna. Oltre a ritrovarti i vestiti impestati di fumo, il salotto che sembra ripassato dai bersaglieri all’attacco e dal vomitino di solidarietà del gatto sul tappeto. L’alba è uguale per tutti.

...E venne l'alba, ma tinta di rosso, è un titolo di lavorazione pindarico, ma che calza di più di quello definitivo, per il remake dichiarato di Danza Macabra. Per amore di completezza facciamo un giro di valzer sul carillon dei fantasmi sotto la luce impietosa del giorno e vediamo cosa non torna.

Ci ricordiamo la trama? Il giornalista Alan Foster intervista Edgar Allan Poe per sapere dove prenda ispirazione per i suoi racconti. Lo scrittore afferma di essere solo un cronista, di fatti veri. Partirà la scommessa: Alan dovrà passare una notte nella villa, dove rivivrà il macabro girotondo delle anime e scoprirà l'amore con Elizabeth…

Danza Macabra era stato un buon successo, così il produttore Giovanni Addessi, che con Margheriti ha fatto anche quella perla di horror travestito da western di E Dio disse a Caino, dopo otto anni propone allo stesso regista di farne una fotocopia a colori, tempi stretti, stessa sceneggiatura e mi raccomando, stessi risultati, eh?

Le cose con cui il remake perde 2 a 0 sono:

1)Il colore: la fotografia sleazy e terrosa degli anni ’70 mostra tutti i limiti. Non si batte il bianco e nero che rende l’originale una stupenda favola onirica di cui vi ho già parlato.

2)Barbara Steele: Michèle Mercier col suo parruccone biondo – stando a Margheriti si presentò sul set con ‘sto coso e nessuno riuscì a levarglielo -  non può competere. So hopeless even to try. Michèle stai meglio nei panni di Angelica che di diabolica, (questa la capiranno in  2). 

Ma lei non mi dà così fastidio, perché, mi è sempre stato di più sulle palle l’Alan Foster di Anthony Franciosa, con le sue risate da mentecatto; sarà perché mi sembra lo stesso (insopportabile)  personaggio in Tenebre del DarioArgento? Oppure è proprio la sua faccia? Il risultato con cambia.

Piatta fotocopia, senza appello? In realtà degno di nota c’è quel gaglioffo di Klaus Kinski nei panni di Edgar Allan Poe che ne prologo recita Berenice, aggirandosi fra le tombe col suo sguardo allucinato e che ubriaca solo a guardarlo.

Se non avete visto Danza Macabra, un occhio alla questa fotocopia potete buttarla, è pure sempre diretto da Margheriti. Altrimenti è inutile, perché parafrasando il buon Kinski/ Poe: “Nel bianco e nero conoscerete la verità.”

Buona visione.

                                                       


sabato 26 aprile 2025

CONCLAVE (2024)

 

 

 

 

  ...Giungono a Roma con gran convinzione, venticinquemila preti da ogni nazione...

 

 

Edward Berger


Abyssus Abyssum invocat!

Come ve la cavate con il latino? Io maluccio, al liceo non l’ho studiato, ma mi sono ritrovato le sue locuzioni ad aspettarmi all’università tra una lex salica, un dies a quo e un corso di Diritto Canonico assolutamente opzionale, ma che mi ha fruttato un bel 27 sul libretto e che ho rispolverato in occasione della lettura bel romanzo di Robert Harris e dell’altrettanto valida trasposizione filmica, Conclave.

Così, ci accodiamo, - o meglio ci mettiamo in processione – fra Toto Papi e Vaticanisti da bar, per parlarvi del romanzo e del film, che al di là della recente scomparsa del Papa è schizzato in testa alla lista dei film più guardati in streaming.

Perché la Chiesa ha sempre il fascino di mistero del divino, con i suoi rituali e le sue tradizioni millenarie, nonostante gli “aggiornamenti di sistema” dei Concili Vaticani e di Encicliche Papali, che no, non sono le biciclette del Papa, e il Conclave è IL rito su cui la Chiesa decide su sè stessa, fra mistero e convenienza, ma anche manovre di corridoio.

Il Conclave: regolato dalla costituzione apostolica Universi Dominici Gregis, con cui i cardinali riuniti e rinchiusi (cum clave, appunto) nella Cappella Sistina eleggono il Pontefice, il capo di tutta la cristianità, ma anche quello che si avvicina più di tutte alla figura di sovrano assoluto. Un rito antico, complesso, mutato nel corso dei secoli. Un trono da riempire, tante anime da traghettare verso domineddio. Lo Spirito Santo illuminerà anche le menti dei  cardinali, ma il vero motore sono le correnti, gli umori e le speranze delle varie fazioni. Per dirla come Gaber: anche se i traffici loschi della Santa Sede sono parte integrante dei misteri della Fede…

 

Il libro: alla morte dell’ultimo Pontefice (che nei discorsi dei prelati ricorda da vicino Bergoglio), lo stanco cardinale Lomeli, in qualità di decano del  Sacro Collegio dovrà guidare il Conclave e far osservare tutte le norme per la corretta elezione del nuovo Papa. Lui stesso non è proprio un fiore, visto che i rapporti col defunto Papa si erano raffreddati perché questi gli aveva respinto le dimissioni dagli incarichi per fare i conti con la sua crisi spirituale. Nonostante questo, Lomeli sa il Conclave si gioca su quattro cardinali papabili: il progressista e amico Bellini, l’altero canadese Tremblay, l’africano pasciuto Adeyemi e il rigido conservatore Tedesco. Ma siccome le vie del Signore sono infinite e misteriose, il Conclave inizierà con l’arrivo a sorpresa del cardinal Benitez, nominato in pectore dal Papa, quasi ad insaputa di tutti; e man mano che gli scrutini si succederanno, su ogni candidato, si scoprono gli altarini: chi maneggia, chi pascola troppo le pecorelle smarrite, chi è debole, chi vorrebbe il trono a tutti i costi e chi viene colto da voti a sorpresa…

Il romanzo è un godibile thriller quasi liturgico nello scandire i rituali dei Cardinali e degli scrutini. Niente suspense a base di morti ammazzati, niente piste gialle,  ma tante manovre di corridoio e molti segreti. L’attesa e le pagine scorrono proprio nell’attesa di scoprire chi sarà Papa, nello scoprire le carte delle varie fazioni, tra poca vera fede e tante false cortesie, dove lo Spirito Santo, se c’è, è uscito quasi subito.

Girato fra Cinecittà e l’abituale controfigura degli interni Vaticani (la Reggia di Caserta), il film di Edward Berger centra l’obiettivo, seguendo il romanzo quasi alla lettera , dando al film l’atmosfera di intrigo e mistero. Il Cardinale decano Lawrence (Ralph Fiennes, anglicizzato), è un prelato dimesso anche se il sex appeal da Uccelli di rovo ce l’ha, e che come la sua controparte letteraria dovrà gestire il Conclave insieme l’amicizia e supporto al cardinal Bellini (Stanley Tucci, tormentato e sfaccettato), e l’antipatia per il gelido Tremblay - interpretato da un John Lithgow stronzo quanto serve e che probabilmente allude a certi curiali che hanno avuto divergenze con Papa Francesco – e il Cardinal Tedesco di Sergio Castellitto, tanto volpone, quanto intransigente. E nel mezzo, invisibile ma onnipresente, a vigilare su tutti, la suor Agnes di Isabella Rossellini.

Quello che rende Conclave un bel film è proprio l’atmosfera che si respira, fra aromi di incenso e vesti talari, fra il sacro e il profano. Dio chiama a sé i migliori, e ad eleggere il Papa rimangono i peggiori. Ma c’è sempre speranza…

Infatti il film è stato benedetto di premi agli Oscar 2025: Miglior film, miglior attore (Fiennes), miglior attrice non protagonista (Rossellini), sceneggiatura non originale, colonna sonora,  costumi, montaggio, scenografia.

Deo Gratias.

sabato 19 aprile 2025

BLACK MIRROR - STAGIONE 7 (2025)

 

 

 

 

...Black and blue…and who knows which is which and who is who…

 

 

 

Settima stagione di sei episodi per la serie che anticipa e preconizza i nostri rapporti con l’attualità e la tecnologia. Quella che lo fa con palate di cinismo e ci riflette nel modo più oscuro, più pessimista e forse più reale. In una parola, un futuro NERO, come lo schermo specchiante; quello dei cellulari, dei PC, dei tablet. Ma anche della TV. Quellp che ci dice ciò che siamo; esseri umani.

Signore e Signori, parliamo della nuova stagione di Black Mirror, la serie britannica antologica creata e prodotta da Charlie Brooker, che potete trovare comodamente su Netflix, logo rosso su schermo nero. Non spaventatevi, è normale, hanno pure fatto un episodio a tema.

Dopo l’ultima stagione, non proprio eccelsa (diciamo che del franchise aveva solo il titolo, e il primo episodio, Joan is Awful; i restanti sembravano avanzi dai Racconti della cripta) ecco un cambio di rotta verso lidi più pertinenti. Ritorno a casa, dunque.

Anzi, l’aria è proprio quella: voler creare variazioni sugli episodi delle stagioni passate, con le strizzate d’occhio ai fan più scafati. Come se gli sceneggiatori (o l’algoritmo che ne fa le veci, avessero pescato da spunti o idee passate o modificate in corso di scrittura per creare questa nuova stagione, più secondo i gusti del pubblico. In effetti, un tema sotterraneo – o un convitato di byte fate voi  -  è proprio l’AI, e l’(ab)uso con cui ci circondiamo di fantasie, creando le foto in stile studio Ghibli o il reel col corpo di qualche star o interi universi.

Non voglio fare il boomer pronto per il cantiere (virtuale), ma è proprio questo il contesto attuale che scorre parallelo alla serie, generando essere sempre il marchio di fabbrica.                                                    E la settima stagione ce lo conferma.

Si parte con un l’angosciante Gente comune: operaio lui, maestra lei: Quando a lei viene diagnosticato un tumore al cervello, lui accetta una terapia sperimentale che permette di sostituire la parte cerebrale malata con un backup. Sarà come avere un software che ha bisogno di aggiornamenti, piani tariffari, ricarica e pacchetti base sempre più costosi. Allegro come un minatore di lunedì. Da non vedere se vi sentite tristi…Buon inizio serie, episodio che fa capire che i binari sono quelli di sempre.

Bète Noire: Maria sviluppa cioccolato per l’azienda Ditta. Sembra in rampa di lancio, finché non appare l’ex compagna del liceo Verity, che sembra volutamente irritarla con le sue maniere innocenti e con errori che solo Maria sembra fare, forse per della ruggine passata fra loro…Episodio numero due, più rilassato, che pur avendo la premessa telefonata fin dall’incontro fra le due ragazze, lascia la curiosità di capire dove andrà a parare.

Hotel Reverie: l’attrice nera Brandy Friday accetta di partecipare al remake di un vecchio film di Hollywood anni ’40, con una nuova tecnica immersiva che le permetterà di calarsi dentro il film originale, dove gli attori sono coscienti solo della realtà del film e lo script va rispettato. Ma esistono le ragioni del cuore anche fra donne… In pratica, La Rosa Purpurea del Cairo incontra San Junipero. Forse il migliore del lotto, un mix dolente e dolce che centrifuga idee all’episodio natalizio del 2014 e una Emma Corrin che allude a Greta Garbo. Il finale lascia il sorriso amaro.

Plaything: il nerd timido Cameron viene arrestato per tentato furto, ma in realtà è sospettato di omicidio. In realtà è portatore di un messaggio sviluppato tramite un software  di esserini pucciosi a metà tra Sims e tamagotchi. Il più rigoroso nell’applicare la filosofia dello schermo nero con Will Poulter nel ruolo dell’informatico esaurito, ormai già marchio di fabbrica.

 Euology: all’anziano Paul Giamatti viene chiesto se vuole partecipare alla scrittura per orazione funebre di una sua ex fidanzata, visualizzando i ricordi tramite immersioni nelle vecchie foto. Ma la storia tra di loro non era finita bene, tra incomprensioni e non detti…Una seconda battuta dopo l’Hotel hollywoodiano, su una storia d’amore, tema che riesce a fare male quasi quanto la tecnologia, e soprattutto grazie ad essa. In tempi in cui non c’erano cellulari et similia, le foto e gli oggetti erano tutto. E a volte non bisognerebbe aprire il vaso dei ricordi… Giamatti è un ottimo cane bastonato, un anziano rancoroso verso l’amore perduto e l’occasione passata. Poetico e catartico. Come dice il titolo, una celebrazione.

USS Callister to Infinity è il vero ritorno a casa: sequel dell’episodio eponimo della quarta stagione, riprende dal finale e crea un lungometraggio di novanta minuti per raccontarci le vicende dell’equipaggio che strizza l’occhio a Star Trek e che finisce con un omaggio a…Salto nel buio. Doppie, triple dimensioni, l’episodio trasuda amore per il fandom nerd e gli usi della realtà virtuale.

Non la stagione più brillante (il titolo spetta alla terza secondo me), ma se non altro piena di easter eggs, che data pure la Pasqua, ci stanno bene. Prendetelo come un uovo di cioccolata piena di sorprese gradite. Ovviamente, 100% Black.

Consigliata.

I PECCATORI (2025)

    ...Got my mojo workin', but it just won't work on you I wanna love you so bad, I don't know what to do...   Ryan Coogler  ...