sabato 25 luglio 2026

ODISSEA (2026)

 

 

 


 And I wished for so long, cannot stayAll the precious moments, I cannot stayIt's not like wings have fallen, I cannot stayBut without you something's missing, cannot say

 


Christopher Nolan

 

Cantaci, O Nolan, del povero Ulisse, le traversie funeste del viaggio di ritorno che manco una compagnia low-cost.

Fa strano leggere nei titoli di coda: “Scritto e diretto da Christopher Nolan, basato sul poema di Omero”. Eppure, dopo aver visto il film, hai la sensazione che no, non è poi così strano.

Perché Nolan tradisce Ulisse e rispetta Omero.

Sarò onesto: non avevo l’hype per il film. Se sono andato al cinema devo ringraziare il podcast

“Il fatto delle Sabine”, che in vista dell’uscita ha dedicato tre puntate a raccontarci il poema omerico col suo stile delizioso e personale, che mi ha fatto comprare i biglietti sapendo solo che:

1)era diretto da Nolan, c’era Matt Damon come Ulisse, Odisseo o come volete chiamarlo.

2)Durava 2 ore e 50.

Punto.

 

Al di là delle discussioni sulle riprese integrali in IMAX, formato che pochi cinema hanno e che ha portato  a pensare ad una visione di cinema “elitario”,  Nolan  prende il poema e gli toglie la struttura episodica: taglia i Feaci, Nausicaa, Eolo, insomma tutto quello di sensazionale (e a volte ridondante) e lo trasforma in una tragedia shakespeariana, a partire dai costumi da basso impero (specie a Itaca, dove più che i Proci sembra si stia consumando Amleto), armature medievali, interni dal sapore quasi orientali e geometrici.

Odissey è il viaggio di un uomo che non è pronto a partire. Un uomo schiacciato dai rimorsi per aver vinto una guerra prendendo una città non per la spada, ma per il culo.

Molto spazio infatti si dà all’assedio di Troia, tanto che pensi: “è l’Odissea, perché insistere sull’Iliade?”, ma dura pochi secondi, perché la presa della città è la magia di un massacro all’ombra delle torce ed è il seme del rimorso che si pianterà in Ulisse.  

A proposito, avete visto la plasticità del cavallo, che ricorda quelli di The Kelpies in Scozia? Sì, la Scozia, Nolan riscrive la geografia oltre al mito usando ben otto location diverso per il suo mediterraneo, tra cui le foreste scozzesi per girarci l’episodio dei Lestrigoni, forse la parte meno interessante, così queste  armature che sembra di essere sul set di Excalibur. Così come Troia è “controfigurata” dal Marocco e la Duna bianca di Dakhla, ci sono anche Sicilia, Grecia, Australia e un po’di interni losangelini a fare il resto.

La prima parte procede su tre piani temporali con Ulisse a Troia, fra assedio, guerra e astuzie; Penelope , un’Anne Hathaway, rifattissima che avrebbe funzionato meglio come Atena alle prese con in Proci e Antinoo (un Robert Pattinson, mai così bastardo e lupo astuto) e IL figlio Telemaco Tom Holland)  e infine Ulisse sull’Isola di Calipso a mangiare loto e a fare psicanalisi regressiva con la ninfa cinquantenne Charlize Theron regge magnificamente il ritmo e appassiona nella visione. Nolan gira un film più “di pancia” che di testa, anche se certe inquadrature e il tono freddo sono proprio la sua cifra stilistica. Ulisse è tanti personaggi della sua filmografia, frammentato, lacerato sospettoso. Non è l’astuto puttaniere di Omero.

L’episodio di Polifemo è un horror dai toni muti – niente “Io sono Nessuno”, ma è tutto giocato sul buio della grotta e la mancanza di comunicazione, tanto che il ciclope fa quasi pena nella sua tragicità. Circe (Samanta Morton, la Agatha di Minority Report) è una nazi femminista stanca, una hippie sfiduciata con cui Ulisse ingaggia un duello di comprensione. E ragazzi, la trasformazione dei compagni di Ulisse in maiali è una roba che non vedevo dai tempi di Willow. Circe li modella con le mani come fossero creta, recitando incantesimi, perché in fondo i soldati a Troia sono stati quello.

Va bene anche avere Lupita Nyong’o come Elena di Troia, una principessa nubiana scontenta di come sia finita la guerra e Agamennone come presenza che pesa sulla coscienza di Ulisse dal look che sembra un incrocio tra Darth Vader e il Cavaliere Oscuro. Ve l’ho detto, Nolan ha sciacquato Omero alla fonte del Bardo.

Niente Dèi, solo una presenza incerta. Più il fato e sé stessi a parte per Atena/Zendaya per me poco calzante.

Dove regge meno, ma non senza avere stile, è nel ritorno di Ulisse a Itaca, dove Ulisse diventa un John Wick, ma in compenso non piangiamo per un cagnolino; C'è solo entrato solo un Argo nell’occhio.

Altri hanno scritto meglio di me su questo film, io ho lasciato che un flusso di coscienza scivolasse dalle dita , come le pecore del povero ciclope. Adesso passatemi quei fiori di loto.

Odessey è omerico, ma secondo la traduzione infedele di Nolan. Quindi 8 e ½.

mercoledì 22 luglio 2026

WAXWORK 2 - BENTORNATI AL MUSEO DELLE CERE (1992)

 


Bentornati al museo delle cere! Un sottotitolo alternativo a questo sequel che sa di minaccia e promessa assieme, che è uno po’ il problema di chi si porta un “2” appresso nel titolo, specie se sei un film horror. Ci sarebbe voluto lo sberleffo della saga di Scream 2 per prendersi una rivincita, ma chi come me, per anagrafe ha vissuto l’infanzia negli anni Ottanta, il primo sequel di qualche film era sempre “2! - La Vendetta!”. Così, di default. Che spesso significava ciofeca o film-inferiore-al-primo. Intendiamoci, non è sempre così, soprattutto a distanza di anta anni certi N°2 li puoi rivalutare (Ammazzavampiri 2, Nightmare 2), altri invece grazie ma no grazie, troppo trash persino per i tombaroli del genere

Insomma, se sei un horror con una buona idea, hai un minimo di successo commerciale o streaming, un bel “2”a stretto giro non te lo leva nessuno. Un po’ come quando i tuoi ti chiedevano se volessi un fratellino o una sorellina. Ecco, il feeling è quello.

Se poi sei fortunato, sulla sedia del regista si siede proprio il regista che ti ha fatto nascere, ti ha scritto e diretto: proprio come ha fatto Tony Hickox con le sue (e mie) cere preferite. Ha preso il suo secondogenito e lo ha reso il figlio bohemien, quello che pur partendo dalla stessa pianta, segue delle regole sue.

A partire dalla citazione di Attraverso lo specchio, di Lewis Caroll che apre il film, è già la dichiarazione di intenti e il perno su cui sarà impostato il film: proprio come il seguito di Alice nel paese delle meraviglie, pure questo numero 2…dà i numeri. 

E sì, perché questo Waxworks II – Lost in Time (vero sottotitolo e molto più calzante) parte proprio dalla fine del primo capitolo: il museo in fiamme, Mark e Sarah che si allontanano affumicati ma salvi. Senonché fra i resti ardenti spunta la mano mozzata dello zombi che “manetta” via…E Stacco, istante dopo: Mark (Sempre Zach Galligan) e Sarah ora col viso e l’altezza di Monika Schnarre. Hickox e la Foreman non fanno più coppia per cui, la sostituzione è obbligata, ma non brillante. La Sarah della Foreman sapeva passare da verginale ad infernale in poche espressioni, oltre che ad essere scritta meglio (almeno per i canoni degli horror anni ’80).La Schnarre bel corpo e tutto, eh ma più adatta ad un calendario di Max. Tanto per dire quanto è piatta.

Comunque, i nostri eroi prendono un taxi, ignari che la mano li segue, e una volta scaricata Sarah a casa, l’allegro arto strangolerà il patrigno della ragazza, prima di finire neutralizzata da un trita rifiuti, ma non prima di aver lottato con tutte le sue forze in una sequenza talmente slapstick da essere quasi un cartone horror!

 

 «Ti ho detto che socosa mettono sulle patatine in Olanda al posto del ketchup!»

Piccolo problema: Sarah viene accusata dell’omicidio del patrigno e non può dimostrare la propria innocenza proprio perché ha distrutto le prove…Per cui pagata la cauzione, Mark la trascina a casa di sir Wilfred, il che offre il destro ad un cameo di Patric Macnee e l’occasione di ribadire il tono del sequel: citazioni a manetta. Infatti, la collezione di oggetti di Sir Wilfred è un continuo strizzare l’occhio ai fan più scafati o cresciuti a pane e Fangoria, a partire da una certa maschera da hockey sporca di sangue…

Il rimedio è una bussola che permette di viaggiare in altre realtà spazio-temporali che hanno la funzione dei tableux del vecchio museo: un pretesto per sfoggiare camei di lusso e dispensare omaggi al genere in salsa ancora più grottesca.

Mark e Sarah si ritrovano prima alle prese col Barone Frankenstein e gentil mostro e l’immancabile Igor che sembra Keith Moon dopo una sbronza. Forse perché il Barone è Martin Kemp degli Spandau Ballet?

Comunque, le cose migliorano nel doppio secondo episodio: Mark in bianco in neronel quasi plagio di Gli Invasati in compagnia di un verso esperto di case stregate: Bruce Campbell, nei panni di nonno Loftmore. IL pezzo più riuscito, dove si vede davvero il divertimento e la filosofia caciara alla base di questo lavoro. Comealice, Mark vaga, si specchia e trova nuove bizzarrie. Hickox sei un genio! 

 

«Grazie. Dammi un po’ di zucch… ah no ho sbagliato Casa!»

Mentre Sarah passa da una parrucca all’altra nello spazio profondo in tuta e posa maschiaccia che è…dai, è facile! Sì, proprio Alien, con la messa in scena sembra quello di Ciro Ippolito però, visto lo…Seppiomorfo si può dire? (lascio l’Iban se serve), guardare per credere cosa può fare la fantasia per aggirare il copyright sulle creature di Giger. E si chiude tutto col fantasy più naif che anni ’90 (ma il trucco della trasformazione da donna in pantera merita ancora oggi) con una particina per Hickcox stesso come cavaliere del Re (e della tavola rotonda) il cattivone per eccellenza Alexander Godunov (che aveva rifiutato il ruolo di Dracula nel primo capitolo!), che duellerà con Mark attraverso le dimensioni per un ultimo zapping cinefilo e camei lampo, da Mr. Hyde a Drew Barrymore come vittima di un Nosferatu che sembra Zio Fester. Anche se la menzione d’onore è la comparsata di David Carradine.

 

«Non ho mai fatto il bravo…ehi ma tu non sei Uma!»

 Mark e Sarah come Alice, con tanto di scacchiera con i personaggi del romanzo a fare da chiave d’accesso al ripostiglio di Wilfred, in uno specchio allucinato e sanza logica se non l’accumulo di trovate che fanno sorridere la prima volta, meno la seconda. Hickox spinge a tavoletta sul versante commedia grottesca – a volte fine a sé stessa – perdendo quell’equilibrio che già gli era riuscito nel primo film. Mi ricordo una visione fugace nei beati anni ’90, ma non mi aveva convinto.

Ora che ho la bussola del cinema, posso essere più indulgente: più che una Madeleine lasciata in frigo è una merendina al nuovo gusto di caramello salato, ricoperta di cioccolato.  Per molti, ma non per tutti.

 

 

 


ODISSEA (2026)

        And I wished for so long, cannot stay All the precious moments, I cannot stay It's not like wings have fallen, I cannot stay B...