sabato 28 febbraio 2026

BENEDETTA (2021)


 


Paul Verhoeven

 

..Quiero ser canonizada, Azotada y flagelada
Levitar por las mañanas Y en el cuerpo tener llagas
Quiero estar acongojada, Alucinada y estasiada
Tener estigmas en las manos, En los pies y en el costado
Quiero ser santa
Quiero ser beata...
 

Suora mistica lesbica in un convento della Controriforma.

No, non è il titolo di un erotico conventuale degli anni ’70 tutto torbidumi patinati ed estasi non proprio mistiche, ma l’ultimo film di Verhoeven di cinque anni fa - e quindi del Seicento secondo i tempi e la memoria media nell’era di Internet - che parla di Benedetta Carlini, mistica saffica vissuta temporibus illis e le sue estasi non proprio mistiche.

Eppure…

La locandina piacerebbe al Boro, con quel mix di sacro e profano, quel sotto il velo…tutto! Il bianco verginale della tonaca, le labbra socchiuse su una mascella imprigionata dalla cuffia, la tetta che sbuca dall’abito con la spaccata da tunica a mo’ di vestale greca. Blasfemia, eresia. E poi i nomi del cast racchiusi in una croce. Ho visto locandine meno riuscite di questa. Interno di un convento di Pescia, tanto per continuare ad ammiccare al regista polacco, ma qui siamo nel territorio dell’ l’Olandese volante Verhoeven, un cantore della carne, bugie e verità il quale preferisce un approccio molto più sfumato alla storia.

Benedetta è una bambina di buona famiglia, tanto che il padre non ha problemi a sborsare soldini al convento, prontamente intascati dalla badessa Charlotte Rampling. Una bambina così devota alla Vergine, che quando la carrozza viene assaltata da predoni e lei la invoca, un uccello sgancia una cacchetta sull’occhio guercio di uno di loro. Eppure.

Benedetta (Virginie Efira, da grande) ha anche delle visioni in cui vede Cristo in chiave sempre più sensuale, tanto che quella dove riceve le stimmate ricorda i turbamenti blasfemi di Vanessa Redgrave ne I Diavoli ma con più sangue e le piaghe leggendarie, quelle che una volta mostrate e approvate dal confessore spirituale (ma saranno vere?) la faranno eleggere badessa, con tutti i malumori del caso . Eppure…

Benedetta ormai è considerata la protettrice di Perscia, ma ha anche una relazione con la consorella Bartolomea (Daphné Patakia vera rivelazione), con lo sguardo da cerbiatta inquieta ora da lemure fornicatrice. Tra le due sorelle scoppia una passione molto carnale e questo ahimè sarà molto meno tollerato.  E fuori scoppia la Peste…

Dopo Elle, Verhoeven, grazie al produttore Said Ben Said torna con un film che racconta una storia poco conosciuta. Basata sul saggio di Judith C. Brown Atti impuri - Vita di una monaca lesbica nell'Italia del Rinascimento, è un film che racconta di Fede, Verità e sessualità. Benenetta mente ed è allo stesso tempo sincera; ogni sua dichiarazione è vera e falsa allo stesso modo. Ha la convinzione di chi ha Cristo dalla sua, gli altri devono solo credere. Che le stimmate siano vere o finte, è ciò che noi vogliamo che sia. Benedetta è un dogma e non va discussa.

L’erotismo è crudo e sensuale, le sorelle fanno l’amore come va fatto, senza i fronzoli del Boro e senza troppi giri di parole, anche perché le bocche servono per fare altro; per gemere, ad esempio. Verhoeven tratta il tema senza tabù, per com’è e come ha sempre fatto.                                                

 Doveva essere presentato a Cannes nel 2019, ma slittò al 2020, in piena pandemia, il che è ironico considerato che nel film si parla di peste.

La vera Benedetta è stata ad un passo dalla Santità, se la Chiesa non fosse intervenuta, trasformandola in una sorvegliata speciale all’interno del suo convento. Altrimenti, come la “collega” Santa Teresa d’Avila avrebbe avuto anche lei un’estasi di pietra e scolpita da Bernini. Eppure…Eppure Benedetta ce l’ha fatta. Ne stiamo parlando. Niente Palma del martirio, mas una palma d’oro a Cannes. Niente marmo, né tela, ma celluloide. Nessun Canova o Caravaggio: il suo ritrattista si chiama Paul Verhoeven e scusate se è poco.

sabato 21 febbraio 2026

LA CRIPTA E L'INCUBO (1964)

 


...every night at the tolling of the last bell silent coming languid graceful to a trance...

 

Camillo Mastrocinque

 

«Nooo, Mastrocinque ha fatto un horror?!»

Anni Zero di questo secolo: chiacchiere da bar in centro, conversazioni post aperitivo (ma pre-serata) fra me e il deejay così appassionato di cinema da sottoporre il suo compagno ad una full immersion di Bertolucci. Insomma, si sparavano nomi del cinema italiano come si fa con gli spiccioli in tasca. Finché non gli abbino Camillo Mastrocinque, il regista dei film di Totò all’horror: un po’ come proporre il burro d’arachidi con bacon e marmellata di fragole. Bizzarro, ma non inconciliabile.

 

Ebbene sì, verso la fine della sua carriera (e vita) anche il buon Camillo ha fatto la sua incursione fra le cripte e i castelli in bianco e nero del Gotico Italiano con due pellicole di pregio: La Cripta e L’incubo e Un angelo per Satana. Pochi, ma buoni.

 

A castello Karnstein, il conte Ludwig (Christopher Lee, strombazzato come protagonista ma in realtà più defilato) è un pelino preoccupato per la figlia Laura (Adriana Ambesi) che ha un problema adolescenziale: ogni volta che ha un incubo qualcuno muore. Quale può essere la causa? Una sciocchezza, giusto essere la reincarnazione dell’ava Sheena Karnstein, simpatica ragazza con l’hobby della stregoneria e perciò mandata a morte, non prima di aver lanciato gli anatremi (cit.Drive In) di rito ai suoi aguzzini. Papà Lee decide perciò di convocare al maniero lo studioso belloccio Klauss affinché scartabelli un po’ fra vecchie pergamene e ritratti perduti per scongiurare i sospetti. Intanto al castello arriva un’ospite: un’affascinante biondina di nome Ljuba che instaura un bel rapporto con Laura…Chi sarà mai?

 

Mastrocinque adatta Carmilla di Le Fanu, la vampira dall’anagramma disinvolto e dimostra che anche una trasposizione altrettanto libera faccia bene allo spirito vampiresco. Infatti, il film di Mastrocinque è una prime “migrazioni” di Carmilla dalla pagina allo schermo, in un trittico ideale, tre volti e tre versioni della stessa leggenda: dopo il folklore onirico de Il vampiro di Dreyer e i languori patinati di Vadim ne Il Sangue e la Rosa, approdiamo alla nostra versione tutta italica fatta di un bianco e nero più pastoso e solare del solito, l’atmosfera fatta di fruscii del vento fra gli alberi,capace di far rintoccare le campana di un villaggio abbandonato - ma se non c’è il vento, chi la suona? Senza fare spoiler la scoperta è una delle scene più belle del film; Margheriti la rifarà quasi pari sei anni dopo nel suo western horror E Dio disse a Caino…e nulla mi toglie l’idea che l’abbia presa da qui -, il castello di Balsorano ormai abbonato a location del Gotico (e alle derive tette & sangue dei primi anni Settanta) nonché la presenza di Lee a fare cassetta in un ruolo più positivo del solito, anche se con qualche ambiguità (o stronzaggine aristocratica) nel personaggio, fate voi. Nel’64 il genere è allo zenith e forse già all’inizio della sua discesa. Gli ingredienti di base ci sono tutti: ragazze inquiete, cripte, carrozze più alcuni rituali stregoneschi che ricordano rimedi contro il malocchi tipici del Sud, ma il regista dirige con mano ferma, anche se all’esordio nel genere; dopotutto lavorare con Totò fa curriculum . L’Ambesi non è Barbara Steele, ma si avvicina a Daliha Lavi, con la chioma corvina d’obbligo e un’espressività inquieta da lemure che dona a Laura un nervosismo ambiguo, mentre il coté lesbico con Ljuba è del tipo:esplicito per l’epoca ma innocuo oggi. In ogni caso è un morbosetto bilanciato, in anticipo tutta le Carmille saffiche e dal gusto hippie che verranno dallo scoccare del 1970 in poi, perché Carmilla cambia nome, ma non i gusti.

 

Per Aficionados del Gotico e per chi vorrebbe diventarlo. E ovviamente per chi, come me, mette Christopher Lee anche nell’insalata.


 

domenica 15 febbraio 2026

BUGONIA (2025)

 


Yorgos Lathimos

 

                     ...I'm a king bee...

Viviamo in tempi disinformati, in balia di uomini arancioni che scambiano il pianeta per un tabellone del Risiko,  e di collaboratori multimiliardari in rampa di lancio per le Stelle..Terra chiama Major Tom, mi ricevi? Il tuo pacco è stato consegnato al punto di ritiro più vicino, il tabacchino di Marte. E intanto Dio fa zapping sui canali dell’Universo, perché siamo diventati più noiosi di un catalogo streaming con la  mania di etichettare tutto. “Però i Terrapiattisti, che simpatici.” Il Signore. “Mi devo ricordare di dirlo agli Andromediani, la sera che vengono a cena.”

Teddy (Jesse Plemons con barbetta e codino bisunti) è un apicoltore bifolco fatto e finito, il classico provinciale nerd e complottista. Assieme al cugino ritardato Don rapiscono Michelle (Emma Stone),  la bastardissima CEO dalla ferrea tabella giornaliera fatta di colazioni proteiche, corsi di autodifesa e tacchi Loubutin con cui marcia in ufficio con fare passivo aggressivo verso gli schia…ehm i dipendenti: “potete uscire alle 17.30, ma sarebbe meglio di no.”, ma che sfila con una prontezza da Rambo per prendere a calci in culo eventuali aggressori, come succede ai due cuginetti, prima che riescano a neutralizzarla e portarla nella cantina della loro fattoria isolata e rasarla a zero. Motivo?  L’accuso di essere un’Andromediana  sotto copertura, responsabile dei vari malanni del pianeta Terra tra cui la diminuzione delle api. Uhm..ok Teddy, cos’altro vorresti? Una sciocchezza, un incontro con l’imperatore di Andromeda per trattare i termini di un ritiro di voi brutti alieni, semmai vi aiutiamo al pianeta vostro. Oooook Teddy. 

Emma Stone ne ha fatta di strada: da ragazza delle commediole amemerichène alle stelle, ha subito più metamorfosi di David Bowie (e non è un caso citare la maschera di Ziggy Stardust, visto il film di oggi), crescendo e maturando di film in film, esplodendo quando si inseriva nel ménage saffico della regina Anna e la sua amante in La Favorita. Ma è da quando ha incrociato la sua strada con Yorgos Lathimos che Emma è diventata un camaleonte che, mascherandosi, rivela la sua vera identità.

Dopo essere stata una Frankenstein Femminista in Povere Creature!, e diverse maschere di donna in Kind of Kindness, questa volta Emma (anche produttore assieme ad Ari Aster) confeziona un film che sembra un quarto segmento di Kind, of Kindess, ma più digeribile, una dark comedy quasi teatrale con un finale alla Panos Cosmatos con certe soluzioni visive che richiama certi pop art anni’60 degne di Mario Bava.

Emma è perfetta, costante nel suo personaggio, fredda e determinata anche quando è rasata e imbiancata di antistaminico, tanto da sembrare una dei Rockets, ma Plemons le sta da pari. Il suo Teddy allucinato, ossessionato e “informato” è un personaggio come se ne vedono in giro, che non può non fare pietà e paura. Ecco la maturità è quando si comincia ad aver paura delle persone così con i loro argomenti perfettamente ad orologeria:“Ho attraversato tutto l’apparato digerente: destra, estrema destra, progressismo, marxismo.” Spiega durante la cena a Michelle incatenata al tavolo, dopo averla torturata e poi scusandosi per non averla riconosciuta come “Ape Regina”.

Sul serio, non sai se ridere e rimanere incredulo. E quel che è peggio, non sai se potrebbe capitare a te di avere un vicino, un collega o un amico così…. Persone che nascondono disagi profondi nel loro anonimato, dalla madre malata (un cameo irriconoscibile di Alicia Silverstone)  e in cui la multinazionale di Michella ha colpa; e poi  abusato dal babysitter ora poliziotto? Tra le righe sembra di sì. Ma se avessero ragione proprio loro?

Lathimos è così, e speriamo lo rimanga in bilico tra weird e quotidiano e ha trovato in Emma, Jesse e il suo feticcio Defoe (assente, ma giustificato. Anche se forse nella parte dello sbirro non sarebbe stato male) i perfetti personaggi per le sue storie. Umane e non.


Vedere per credere. Consigliato.

domenica 8 febbraio 2026

CUORE CAPOVOLTO - ROMANZO

 

 

 


Paola Barbato, Neri Pozza Editore

 

Tu non sei un mostro, non sei senza cuore. Lo nascondi soltanto, lo capovolgi, come, hai presente? le persone che hanno gli organi invertiti.

 

Vorrei iniziare con un’ovvietà, una frase fatta ma non per questo più rassicurante: Paola Barbato è una garanzia. Ogni suo romanzo infatti, tasta il polso della realtà in cui viviamo e la diagnosi è tanto sincera quanto nefasta: è tutto nero, siamo tutti mostri appena ne abbiamo l’occasione e il più colorato c’ha delle belle sfumature di grigio. Non si scappa, garantito. C’è cura? Forse, ma Paola è la radiologa, non la medicina nonostante i suoi ricci azzurri. I suoi romanzi sono referti, ma anche ricette: abbiamo bisogno di almeno un suo romanzo ogni tot tempo.

Lo scorso autunno è uscito l’ultimo referto, pardon, romanzo Cuore Capovolto, secondo lavoro per la Neri Pozza de La torre d’avorio, un thriller grottesco e mosaico di donne con cui Paola si è aggiudicata il premio Nebbia Gialla e anche questa volta l’autrice scava nelle ombre peggiori: quelle dentro di noi.

 

Alberto Danini è un poliziotto informatico: non spara, non arresta, non è neanche un Adone (anzi  ha persino qualche chilo di troppo e perde i capelli), ma è il migliore nell’unità SCO, l’unità a difesa delle “figure fragili”: in pratica ogni giorno si finge un adolescente in Rete, parla come loro, pensa come loro. Li osserva, li studia e li emula mentre perlustra il web a caccia di predatori.

Quando gli plana sulla scrivania quello che sembra essere il caso di un tredicenne finito in una rete di pedofili, Alberto nota che qualcosa non torna. Il forum che il ragazzo frequentava, La rete dei Cuccioli si rivela essere un abisso pieno di fantasmi con più livelli fatto desideri e missioni, scambi e di favori, di crediti e debiti…E tutto dietro all’anonimato di un nickname e di quanto sei disposto a fare per il tuo pulcino, criceto, gattino.

E qui scatta il genio di Paola. Come una prestigiatrice svela un pezzo per volta, rivelando dei giochi di specchi che portano ad una verità di fondo tanto semplice, tanto lineare, ma altrettanto amara: noi siamo i mostri, nascosti nell’ombra della Rete, dove ci nascondiamo dietro la maschera di uno username, senza capire che ci stiamo scoprendo davvero.

In mano ad altri, la trama avrebbe svoltato verso una “caccia al tesoro” di indizio in indizio come nei thriller à la Dan Brown, ma è qui che Paola mostra la sua bravura nello scavare nella psiche delle persone, nello svelare la banalità del male e le miserie del quotidiano, facendo salire la tensione e lasciandoti l’amaro in bocca alla fine. Un esempio senza fare spoiler:  tanto lineare, quanto disarmante la genesi della Rete dei Cuccioli, ed è solo una delle tessere del puzzle, ma ti colpisce come una stilettata.

Il viaggio di Alberto è un viaggio di letture nell’animo delle persone, compreso lui stesso. Dovrà andare contro sé stesso, le proprie convinzioni, il marito perfettino ma gelido Emanuele - il personaggio più riuscito e che stempera la tensione nelle pagine in cui compare -, così amante del controllo eppure così genuino nel rapporto con Alberto; litigano e si battibeccano  e non possiamo fare a meno di riconoscerci nei loro meccanismi di coppia.

Paola ha preso frase di Marquez: ognuno di noi ha una vita pubblica, una vita privata e una vita segreta, l’ha glassata di nero facendo emergere quanto sia vero e chiedendoci se ne vogliamo ancora.

La risposta è sì.

Da avere nella propria libreria, magari assieme a La Torre d’Avorio. Evviva le certezze: abbiamo tutti il cuore capovolto.

I PECCATORI (2025)

    ...Got my mojo workin', but it just won't work on you I wanna love you so bad, I don't know what to do...   Ryan Coogler  ...