sabato 31 maggio 2025

FINAL DESTINATION: BLOODLINES (2025)

 

Zach Lipovsky e Adam Stein

 

 

… Come on baby, don’t fear the reaper…

 

 

Non importa che tu la sfidi ad un’elegante partita a scacchi, oppure che prenoti un volo di sola andata per Samarcanda: vince sempre lei, la Morte. Non si scappa, è peggio del Fisco, e se la scampi, la Morte sotto il cappuccio s’incazza e deve far quadrare i conti; è una certezza, proprio come Lei. Parola di Final Destination.

Ne sa qualcosa Strefanie, una collegiale che è tormentata  da un incubo ricorrente:  sua nonna Iris,   anta anni prima aveva quasi sventato una carneficina sopra un ristorante panoramico – il primo indizio su cosa succederà è nella radio che suona Ring of fire col vocione di Johnny Cash – salvando così molte vite. Ma la morte ha pareggiato i conti con quasi tutti i sopravvissuti e i loro discendenti, e resta da chiudere la partita con la famiglia di Stefanie. L’unico rimedio è rintracciare la nonna che vive in una baita isolata da anni e che è scampata alla Vecchia Baldracca  - la morte, non la nonna – raccogliendo in un diario i vari tipi di morti crudeli che possono capitare. Ma si può sfuggire alla Mietitrice, o almeno saltare il turno?

Sesto episodio dopo quattordici anni dall’ultimo capitolo della saga dedicata alla Nera Signora, Final Destination: Bloodlines è una piacevole sorpresa. Quando pensavamo che la saga fosse ormai archiviata, ecco che spunta questo upgrade.

Stavolta la “premonizione” è un evento ambientato nel passato, che copre tutti i primi venti minuti di film con un meccanismo ad orologeria in crescendo esagerato, ma che tiene incollati allo schermo, da una parte per alzare l’asticella delle morti spettacolari, dall’altra per farti comunque pensare che in effetti certe disgrazie possono anche succedere…Però in quel ristorante panoramico sulla torre che è stato inaugurato in anticipo non ci tornerai più. E questa volta la faccenda è un affare di famiglia, una sfida tra sopravvissuti e sopravviventi per cercare di scappare a questa Morte obliqua, ambigua che può venire da qualsiasi parte, con qualsiasi mezzo.      

Il pubblico ormai è sgamato e aspetta che i personaggi schiattino in modo plateale, oppure riconosce gli omaggi agli altri capitoli della serie, ma è qui che gli sceneggiatori hanno fatto bene il loro lavoro: giocano con le attese degli spettatori e li scoppolano alle spalle. Prendiamo la sequenza del barbecue in giardino dove l’allegra famigliola si ritrova: a morire malesarà per la scheggia di vetro mescolata al ghiaccio del drink, il rastrello sotto al trampolino elastico, oppure il gas della griglia…chi può dirlo? E quando accade…BAM! Non ci sei più, e non sei morto nel tuo letto centenario.

E a proposito di addii, il film marca l’ultima apparizione sullo schermo dell’unico personaggio ricorrente della saga: il becchino scafato e sofista interpretato da Tony Todd,  - questa volta in un cameo che gli dà più spessore e un retroscena inaspettato e che fa venire voglia di saperne di più -, nonostante la magrezza dovuta al tumore l’attore si mangia è una spanna agli altri. Ciao Tony, ci mancherai.

Tra ammazzamenti, morti e disastri vari il film intrattiene e ci ricorda che memento mori. Toccatevi pure e attenti a dove andate a cena.

Consigliato.

venerdì 23 maggio 2025

PINK FLOYD AT POMPEII – MCMLXXII (2025)

 

Adrian Mabel

 

 

… No one speaks and no one tries…

 

 

Ping.

Ping.

Ping.

E’ un sonar? Quasi, è la nota di SI del piano di Rick Wright, filtrata attraverso il passaggio in un Leslie, un sistema di altoparlanti rotanti, ma è anche la goccia sonora che apre il viaggio di Pink Floyd at Pompeii - MCMLXXII il famoso film – concerto dei Pink Floyd restaurato e mixato da Steven Wilson  in 5.1 e Dolby Atmos, dove la band suona nell’anfiteatro omonimo…per un pubblico di fantasmi. Ma questa volta, a cinquantatre anni di distanza, il pubblico di boomers e non, riempie i cinema e fa schizzare l’album in cima alla classifiche di vendita. Perché, anche se i Floyd, sono ormai sciolti, e i tre membri superstiti si parlano solo per interposta persona, fanno le cose di qualità, dando tanti appunti da prendere a chitarristi ormai assuefatti da tassi da salvare, trattati di astronomia e spippolamenti da social, che per carità sono tutti interessi nobili, ma non curano l’eredità della band…vero Brian May?

La storia del film concerto è nota, ma la si riassume volentieri: nel 1971 i Floyd sono in una fase di sperimentazione e ricerca di una direzione; la band, si è già lasciata alle spalle quel cappellaio matto diSyd Barrett, e andando a tentoni sta cercando una sua strada. Quattro parti, quattro strumenti che si amalgamano, che si ascoltano, che jammano, improvvisano e che accettano la proposta di Adrian Maben, un regista  che da turista ha perso il passaporto fra le rovine di Pompei ed è rimasto folgorato dalla bellezza e dal silenzio delle rovine al tramonto: la band deve suonare lì…senza pubblico. Ai quattro l’idea garba, e in tre giorni ad Ottobre’71, fra cavi della corrente che saltano, riprese alternative alla zolfatara di Pozzuoli – che nell’antichità si credeva essere la porta degli inferi – e un successivo rimpolpo con altri tre brani a dicembre negli studi di Parigi, l’anno successivo il film esce nelle sale col titolo Live at Pompeii.

Nel 2003 esce un’altra edizione in DVD, implementata di sequenze francamente in brutta CGI, e una fotografia più scura, che ad oggi possiamo tranquillamente buttare nell’indifferenziata: ecco il Graal che ogni Floydiano dovrebbe avere, o vedere al cinema.

I faccioni di Waters, Gilmour, Wright e Mason sullo schermo sono così nitidi e sotto una luce così chiara e solare da pensare di essere lì, fra lo stesso sole e lo stesso vento di Pompei che scompiglia la chioma rossiccia di Gilmour (purtoppo per lui un lontano ricordo), gli vela mezza faccia e gli accarezza le labbra sui gorgheggi di A Saucerful of Secret. Così vivido da vedere le vene sul braccio di Waters.

Ma la vera meraviglia è il viaggio sonoro in cui i Floyd ci portano che cambia totalmente, ache per chi il film lo conosce già: apertura verso l’ignoto con l’eco Binson di Echoes, che apre il concerto; segue la monotonia – o mono nota? – incalzante di Careful with that Axe, Eugene, con l’urlo di Waters che esplode a pochi centimetri dalla nostra faccia, per poi ritornare sul suo accordo ciondolante; la vera gemma però è, A saucerful of secrets, una suite dilatata  ma che dimostra che sapevano fare i Floyd: Waters mazzuola i gong come un fabbro; Mason assassina la batteria con un ritmo sincopato mentre Wright accoltella l’organo e poi…richiama all’ordine e dal cielo arrivano la chitarra liturgica e la voce di Gilmour. Amen. Segue la cavalcata assassina di One of These Days con inquadrature di solo Mason che tra fill di batteria e i baffi a manubrio ruba la scena ci dà come non mai, e poi sfociamo nella tribale e incorporea Set the controls for the heart of the sun.              

Momento leggero di Mademoiselle Nobbs: protagonisti, un’armonica suonata di Gilmour tra il serio e il cazzeggio, che va a Nobbs, un levriero che abbaia e ulula, e poi, la ripresa di Echoes, ci fa librare ancora una volta, fra il sole, le statue di marmo, le colonne e gli affreschi.                        

Questa edizione è l’ultimo giro di una band allo zenith, in un momento chiave della propria storia. I pInk Floyd non sono mai più stati così. Lo sappiamo e lo vediamo negli inserti agli Abbey Road Studios, dove la band sta preparando il nuovo album. Tutto quanto sotto sole è in sintonia, ma il sole sta per essere eclissato dalla faccia scura della luna…

Stra-consigliato. Cazzo.

sabato 17 maggio 2025

THE UGLY STEPSISTER (2025)

 

 

Emilie Blichfeldt

 

 

… My name is "Might-Have-Been" My name is "Never Was"…

 

 

Essere la sorellastra di Cenerentola…fa schifo!

Ne sa qualcosa Elvira (Lea Myren), una ragazza come tante: né bella né brutta, giusto più paffutella, e con l’apparecchio ai denti che le schiude un sorriso metallico. Un brutto anatroccolo in un mondo di cigni, che sogna di sposare il principe azzurro, il quale però, è uno stronzetto superficiale.

Un sogno che si trasforma in necessità, quando la madre Rebekka sposa in seconde nozze un vedovo che schiatta la prima sera, lasciandola senza soldi e con l’altra figlia a carico, Agnes (che presto verrà chiamata col nome più famoso). Rebekka è troppo vecchia per accalappiare un altro uomo, perciò, lascia a marcire il povero marito senza funerale e investe i pochi soldi rimasti per far sbocciare Elvira in occasione del gran ballo che il principe darà fra pochi mesi. Elvira viene così sottoposta a trattamenti estetici brutali, tra scalpellate di naso e ciglia cucite da un luminare da brividi, che somministra cocaina anche a sé stesso e che è un bell’omaggio a David Cronenberg.

Elvira arriverà persino a inghiottire il verme solitario per poter dimagrire e poter continuare a mangiare dolci, ma come si fa a competere con chi ha la bellezza e il talento innato, mentre tu ti sbatti e rimani con la lingua a penzoloni, cercando disperatamente di raggiungere l’obiettivo?

La favola la conosciamo, ma non per questo sarà meno cruenta. “Perché non esistono favole non cruente. Le favole vengono dalla profondità del sangue e dell’angoscia, e con esse, si attira l’attenzione degli uomini sulla verità.”, diceva Franz Kafka.

E aveva ragione.

Emilie Blichfelt ce la sbatte in faccia la verità: ti vogliono bella a tutti i costi, non importa quanti sacrifici dovrai fare, quanto dolore o quali interventi dovrai subire, rise and shine.

La fiaba dei Grimm raccontata dal punto di vista della sorella di Cenerentola è un’interessante rilettura, che non lesina sul dolore, sullo schifo e sui vermi. Un film che rende la sofferenza quasi fisica e la nausea altrettanto forte.

La regista ha una sensibilità nordica, che trasmette all’atmosfera ottocentesca, rendendo la storia ancora più cupa, una Sofia Coppola incrociata con Coralie Fargeat, e The Ugly Stepsister, richiama tanto (e bene) The Substance, con mazzuolate altrettanto intensive.

E riesce a farti provare empatia per entrambe le ragazze, senza rendere Cenerentola insopportabile o perfettina, anzi quando Elvira la spia mentre si accoppia con lo stalliere in una sequenza che sarebbe piaciuta al Boro, beh, allora ti rendi conto che questa è la favola che avresti sempre voluto sentire, a tuo rischio e pericolo.

Lo trovate su Shudder,se riuscite ad accedervi.

Stra-consigliato, ma solo ai forti di nervi.

mercoledì 14 maggio 2025

QUELLA STRANA RAGAZZA CHE ABITA IN FONDO AL VIALE (1976)

 

 

Nicolas Gessner.

 

 

         ...She has wisdom and she knows what to do...

 

 

Ode a Jodie.

Siamo abituati a pensare a Jodie Foster come enfant prodige e poi attrice con la A maiuscola, intelligente, volitiva e with guts. Ma quanti si ricordano che è stata anche enfant terrible?  E’ come se – idealmente – la sua carriera filmica avesse creato una biografia alternativa di Jodie e tutti i personaggi da lei interpretati fossero tasselli della sua storia. Siamo sicuri che la prostituta minorenne diTaxi Driver(1976), non si sia emancipata in Quella strana ragazza che abita in fondo a viale (1976), che raccoglie i frutti (e i cocci) del suo amore in Casotto (1977), dove i gretti zii italiani cercheranno di sbolognarla al tonto cugino? E che, una volta maggiorenne, non decida di svoltare col praticantato nell’FBI, magari dopo una breve seduta d’analisi col dottor Lecter  (mica uno qualunque) ne Il Silenzio degli innocenti (1991) e diventare poi ufologa, madre single (che va ad abitare in una Panic Room) e rampante donna d’affari in tacco dodici? Forse in un universo parallelo è andata così; Jodie Foster è una donna che ha vissuto tutto ciò e l’ha forgiata.

Quella strana ragazza è Rynn, figlia di uno scrittore suicida, che prima di uccidersi le ha garantito una rendita per tre anni e di una madre che li ha abbandonati entrambi. Quando la donna si ripresenta, Rynn le offre un tè avvelenato di benvenuto e la conserva in cantina. La ragazza conduce una vita solitaria in una ville affittata nel Maine tirando avanti come se nulla fosse, mentendo agli estranei ed eludendo sia le curiosità di Mrs Hallet, padrona di casa megera ed impicciona (una per cui se non sei sbarcato con la Mayflower, non sei della comunità) e di suo figlio Frank (Martin Sheen) che è un maniaco sessuale.            Il quale oltre a guardarla come fa Ezechiele lupo coi porcellini, cerca di intrufolarsi in casa...Meglio offrirgli un tè dei suoi o farsi aiutare dallo sceriffo?

Il film è un horror in senso lato, più un thriller autunnale e malinconico, fatto di silenzi e solitudini.           Il macabro alluso e il non detto sono le carte vincenti: il suicidio del padre e il ritrovamento del suo corpo sono raccontati da Rynn e non mostrati, ma la sua espressione assente è eloquente. Il Frank di Martin Sheen è untuoso e sgradevole nel suo guardare dall’alto in basso Rynn e molestarla verbalmente, sicuro che sarà la sua prossima preda. Idem sua madre, la quale sa bene il vizietto del figlio, ma si crede un Padreterno forse perché sbarcata direttamente con l’arca di Noè. Ha però dimenticato l’undicesimo comandamento: fatti i cazziribus tuoi.

Il film è anche un coming of age non tanto ormonale, quanto mentale. E’ lo schiudersi di Rynn al mondo esterno, allo sbocciare del primo amore con il coetaneo Mario, lei infatti è già adulta dentro, ma il suo aspetto è ancora acerbo, senza malizia, tutta lentiggini, capelli biondo paglia e guance paffute, le manca solo qualcuno di cui fidarsi.

Un film da recuperare, per la bravura degli interpreti e riscoprire il lato oscuro dell’adolescenza di Jodie Foster – reale o alternativa che sia – assieme ad una bella tazza di tè fumante prima di andare a dormire. Per sempre.

David Lynch lo ha citato in Twin Peaks, episodio 8. Ma no, non ha ucciso lei Laura Palmer.

Buona visione.


I PECCATORI (2025)

    ...Got my mojo workin', but it just won't work on you I wanna love you so bad, I don't know what to do...   Ryan Coogler  ...