sabato 31 gennaio 2026

PLURIBUS - STAGIONE 1 (2025)

 

 


Vince Gilligan

 

...And they'll make themselves one
In that Albuquerque sun
And we'll drink each other in
In that Albuquerque sun...

Oggi la prenderò larga e partirò dal personale, con una breve storia etilica.

Leggenda narra che il primo che apre una bottiglia di gin Monkey 47 si tiene l’anello infilato nel tappo. All’anulare destro ne porto ben due e per anni ho scherzato dicendo che ero sposato col gin…finché un giorno non mi sono ritrovato un anello rosa champagne infilato nell’anulare sinistro.  Ma mentre il sinistro porta incisa una data e una frase da non dimenticare, il destro ha inciso un motto latino: Ex unum pluribus. Di molti, uno.

Il Monkey 47 si fa un complimento (avvertenza: non mi pagano per fare sponsor, però se vogliono inviarmi una bottiglia è sempre gradita, non c’è due senza tre e l’anulare ringrazia), ma il motto era il simbolo degli Stati Uniti, prima di correre sotto l’ombrello di In God We Trust per dispetto e timore dell’orso sovietico.

Chissà se Vince Gilligan portava anche lui qualche anellino, quando ha partorito la sua nuova serie Pluribus, oppure non ne ha avuto bisogno; dopotutto è uno stato una delle punte creative di X-Files prima eleggere Albuquerque ombelico del (suo) mondo da dovedarci lezioni di chimica con Breaking Bad e di sceneggiatura con la sua costola Better Call Saul, da dove ha estratto come un prestigiatore l’ottimo personaggio di Kim Wexler fatta a forma di Rhea Seehorn che troviamo come protagonista in questa produzione targata Gilligan.

Dallo spazio arriva un segnale che viene captato da un osservatorio astronomico, decrittato e trasformato in un virus che col solito incidente di laboratorio infetta tutta l’umanità. Le persone colpite cadono in una sorta di trance epilettica per risvegliarsi poi come parte di un’unica coscienza collettiva senza emozioni negative, e con una condiscendenza tanto zen quanto urticante. In pratica, come parlare con un’AI che ti dà sempre ragione.

Solo tredici persone in tutto il pianeta sono immuni a questo cambiamento, tra cui Carol Sturka (Rhea Seehon), scrittrice di romanzi romance/fantasy che si ritrova ad essere quasi l’ultima donna scazzata sulla terra a vedersela con l’invasione degli ultra-gentili. Carol - una di molti - dovrà cercare un modo per riportare l’umanità indietro, rivendicando il suo diritto all’infelicità, allo scazzo e tutte le altre emozioni…

Questa prima stagione lavora sulla sottrazione: molte domande (non solo di sceneggiatura, ma anche degli spettatori), poche risposte e diversi piccoli plot twist che ti lasciano stranito (vedi il rapporto tra Carol e gli altri immuni), ritmo dilatato in onore del principio  show, don’t tell  che ricorda da molto vicino certe puntate silenti di Better Caul Saul, dove i personaggi fanno cose che raccontano i loro stati d’animo più di mille parole. Espressioni assenti, sguardi corrucciati e il silenzio assolato di Albuquerque. Tiktoker mono-neuroni, astenetevi; sbuffereste dopo pochi secondi al ritmo di “ma non succede nienteee”. A tutti gli altri, buona visione. 

Rhea Seehorn è la nuova eroina di Gilligan, un’evoluzione di Kim Wexler, che da coscienza di Saul, diventa un personaggio ancora più sfaccettato. Carol è lesbica, ma è sola e piccata perché ha perso la sua compagna Helen durante l’epidemia. Sbevazza allegramente o anche per non pensare (non ho controllato se ha anelli pure lei), soffre è delusa, non capisce questa coscienza che vorrebbe inglobarla. A farle compagnia troverà Manousos Oviedo, un paraguayano che non spiccica una parola di inglese (ma lo impara su audiocassette in uno degli episodi migliori della serie, quelli quasi muti, e qui vedi come si scrive una sceneggiatura), integerrimo, diffidente, ancora più determinato di Carol nel voler riportare il mondo indietro.

La stessa sigla minimal è un’altra cifra stilistica del marchio Gilligan: un vocalizzo femminile a cui se ne sovrappongono altri a creare un’armonia cacofonica; tanti ma uno solo. Di tante, una delle migliori serie dell’anno.

Cosa ci serve, Vince? La stagione 2.  

 

Aspettiamo la prossima

domenica 18 gennaio 2026

NORIMBERGA (2025)

 



James Vanderbilt

 

 I'm waiting in my cold cell when the bell begins to chimeReflecting on my past life and it doesn't have much time


Primo dell’anno: buio in sala, seduto compito come uno dei ventidue imputati, ho inaugurato il 2026 con questo Norimberga, che già dal nome fa intuire l’argomento.

Maggio 1945: il giorno prima della resa della Germania nazista agli Alleati, il numero due del Reich, Hermann Göring (Russell Crowe) viene catturato dagli americani. A Washington gli americani stappano le bottiglie e il giudice Robert Jackson (Michael Shannon) valuta la possibilità  di istituire un tribunale internazione per processare i leader nazisti sopravvissuti. Ma c’è un  problema: si può fare? Non è mai successo nella storia- e non è del tutto certo che ci sia una base giuridica - ma quando i cavilli vengono superati e gli appoggi ottenuti – giusto un ricatto a Pio XII, un’inezia – e vengono nominati i procuratori per ciascuno degli delle parti Alleate, lo psichiatra americano Douglas Kelley (Rami Malek) viene incaricato di fare una perizia sugli imputati e lentamente inizia a subire il fascino e il carisma di Göring, nonostante segretamente valuti di scrivere un libro rivelatore sull’argomento. Intanto viene fissato il luogo dove si terrà il processo: Norimberga…

 



 

Tratto dal romanzo Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai, non è un film sul fascino del Male, bensì sul fascino della personalità. Il vero Göring era un personaggio di una statura (non solo fisica) non indifferente: narcisista, vizioso, eccentrico (amava ricevere gli ospiti vestito da imperatore romano, aveva una tigre bianca domestica e quando la prima moglie Carin è morta ha fatto costruire una villa in suo onore battezzandola Carinhall, dove vi si rifugiava spesso e volentieri a perdersi nei suoi vizi) quanto basta per avere un distacco dalla realtà. Crowe non ha lo sguardo gelido del vero Maresciallo, ma ci mette la sua stazza, lo studio dei  veri filmati di Norimberga per assumere le giuste posture, e gioca su un’interpretazione più sorniona stile “gatto e topo” . Un Maresciallo sfatto che usa i suoi ultimi trucchi per incantare  dove può e come può e infatti lo psichiatra abbocca convinto di capirlo e di essere più furbo. Un’ulteriore dimostrazione che Crowe ormai può fare quello che vuole e che gli piace di più fregandosene del fisico. Lo preferisco così oppure nei con la tonaca da esorcista e Vespa a spasso per le strade di Roma che non sotto la corazza da gladiatore. Malek era un po’ che non si vedeva in un ruolo di primo piano e dimostra una certa maturità e di essere - per fortuna - lontano dal baffo di Freddie Mercury. Il cast è un’infornata di altri volti illustri, da Michael Shannon, il tipo di attore che vedi spesso ma non ricordi il nome, idem per Richard E. Grant nei panni del procuratore britannico che per tutto ilo film corregge il caffè col brandy ma che inchioderà il Maresciallo, passando per Colin Hanks ormai post gavetta fino a Giuseppe Cederna per la quota italiana come Pio XII contrito e sfuggente come il ruolo richiede.        Se nella durata abbondante di due ore e mezza il film regge bene nella preparazione al processo e sul rapporto fra Göring e Kelley, diventa più frettoloso nella parte processuale non prima però di gambizzarti l’umore con la proiezione dei veri filmati dei campi di sterminio che è quasi insostenibile. Eppure è da questo processo che si sono poste le basi per i tribunali internazionali per i crimini di guerra, dove la questione morale è se si può avere il diritto di giudicare in quanto vincitori oppure se è proprio lo status di criminale di guerra.  Si parla del passato per raccontare il presente, dove nuovi venti di malumore soffiano sotto bandiere che non hanno svastiche bensì tinte arancioni cotonate, ma non per questo sono più rassicuranti…

Very much consigliato.

martedì 6 gennaio 2026

IT - WELCOME TO DERRY (2025)

 


 

       ...The bigger my toothy grin is
         The smaller my troubles grow
         The louder I say, "I'm happy"
         The more I believe it's so...

 

Andy Muschietti, Andrew Bernstein e altri.

 

Benvenuti a Derry, la cittadina (immaginaria) del Maine, pennellata da Stephen King nel suo libro-Mammoth IT, ma abitata da Andy Muschietti, già regista del dittico omonimo del 2016 (nonché produttore esecutivo di Locke & Key, serie basata sui libri di Joe Hill ovvero il secondogenito dello Zio Steve) e da Bill Skarsgård, il malefico Pennywise del film summenzionato per dire che la mela non cade troppo lontano dall’albero. O il palloncino non troppo lontano dal clown, se preferite.

La pagina kinghiana è un vero libro fiume, pieno di eventi; un romanzo soverchiante (in tutti i sensi), una storia che compone un mosaico sul male, la paura, l’infanzia, la forza della memoria, ma soprattutto Derry stessa, una cittadina che è l’emanazione stessa di It e con la quale la creatura è un tutt’uno. Un luogo controllato dall’entità , dove ogni ventisette anni si apre un ciclo di tragedie sulle vite degli abitanti e che coincide con il risveglio di It per sfamarsi e i primi a farne le spese sono i bambini divorati dal clown.

Ed è da qua che partono Muschietti e il suo compare di merende – letteralmente – Pennywise/ Skarsgård: raccontare il ciclo precedente al dittico, il 1962 (più vicino al romanzo originale, dato che i film  spostavano l’ambientazione al 1988 e al 2015), recuperando le parti lasciate fuori dalle trasposizioni, e sì, se ve lo state chiedendo l’incendio di Punto Nero è una di queste, per quanto mi sarebbe piaciuta anche una puntata sull’incidente delle ferriere durante la caccia al tesoro pasquale (ma  che viene citata nei titoli di testa). E però i nostri non si limitano a fare una sorta operazione aurorale à là Better Call Saul che sfiora i binari di Breaking Bad, bensì esplorano l’universo di King in maniera simile alla serie  Caste Rock, espandendo le possibilità e usando i personaggi di altri racconti come pedine funzionali alla trama. E quindi abbiamo un Dick Halloran ben prima di Shining che con la sua luccicanza è funzionale a trovare IT, un’America dell’era Kennedy che non è una citazione di 22/11/63, semplicemente era il presidente di quel periodo, ma è rimasta una ferita mai sanata davvero per la coscienza USA, una sorta di età dell’innocenza mai più ritrovata. E’ il contrasto che si rispecchia anche nella sigla, fra immagini di una Derry da etichetta dei biscotti, specchio di un’America troppo finta che nasconde molti angoli bui nelle sue pieghe e le vocette di Patience & Prudence che cantano l’azzeccatissima A Ribbon in my hair, che fa l’effetto di una lametta sotto la glassa di una ciambella, proprio come Dominique diventava la nenia da manicomio nella seconda stagione di American Horror Story (guarda caso ambienta nel ’64 post Kennedy).

Le prime due puntate sono dirette da Muschetti e non solo sono le più splatter per i canoni televisivi, ma anche quelle che più ti conducono nel marcio di Derry e che ti presenta i Perdenti di allora…salvo che non è vero. Il primo schiaffone è servito e le apparizioni di Pennywise vengono centellinate fino alla quarta puntata. Ma va bene così perché è la città stessa ad essere la protagonista, un America di provincia dove la divisione razziale è molto sentita, dove lo spettro della guerra fredda è molto presente quasi quanto IT. Il vero gruppo di perdenti che saranno i protagonisti è un insieme improbabile di ragazzini pieni di tare e complessi, dei veri disadattati come chiunque è stato almeno una volta nella propria vita o nella pre adolescenza. Una compagnia in cui i più forti nelle loro fragilità sono quelli femminili, e che funziona, almeno nello spirito di King, anche se devono dividere la scena con l’altro lato (debole) della storia: i “soliti” militari interessati allo sfruttamento bellico capitanati da un James Remar sempre efficace ma con ancora inserita la modalità del codice di Harry in Dexter. Una porzione che stona col resto della trama e che fa calare il ritmo anche se per fortuna non va troppo in vacca. Meglio quando la storia  segue i binari kinghiani, che poi è quello che il pubblico si aspetta, rispondendo anche ad una domanda che lo stesso Zio Steve aveva lasciato al lettore: chi è Bob Gray, il pagliaccio ballerino? E qui va dato il merito a Bill Skarsgård di avere dato nuove sfumature al personaggio, dimostrando ancora una volta l’agio e l’abilità nel calarsi in ruoli sempre più freak.

Non tutti gli otto palloncini di episodi sono riusciti, ma la media è più alto rispetto alle altre proposte dello scorso autunno e siccome il finale fa l’occhiolino al dittico, è ovvio che una seconda stagione arriverà. Che sia un bene o un male (come Derry), lo scopriremo.

Consigliata

I PECCATORI (2025)

    ...Got my mojo workin', but it just won't work on you I wanna love you so bad, I don't know what to do...   Ryan Coogler  ...