domenica 24 maggio 2026

I PECCATORI (2025)

 


 ...Got my mojo workin', but it just won't work on youI wanna love you so bad, I don't know what to do...

 

Ryan Coogler

 

Finalmente l’ho recuperato.

Due ore e un quarto di film che ha ricevuto 16 nomination per gli Oscar. Sedici.

E due li ha portati a casa: miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura originale.

Un film che è Horror/Thriller/Drama/Black. A  Hollywood qualcosa si muove e non possiamo che esserne felici.

I peccatori è ambientato negli anni trenta nel Delta del Mississippi fra campi di cotone, negritudine (si può dire senza essere offensivi?), gangsters, Bibbia e Blues. E vampiri, sì proprio loro.

 

Nel prologo un giovane di colore lacero e coperto di sangue e col manico di una chitarra spezzata, entra in una chiesa durante a messa. Flashback del giorno prima: due fratelli gemelli, Stake e Smoke Moore (Michael B. Jordan in un doppio ruolo tanto da meritarsi l’Oscar), veterani della Grande Guerra e gangsters, tornano da Chicago al paesino natio, per aprire un juke joint per i neri del posto: cibo, vino, musica e balli.

Reclutano il loro cugino suonatore di chitarra, bluesman esperti, cuochi e quant’altro (ovviamente della comunità nera e asiatica).  Inaugurazione: quella stessa notte. E non mancano neanche ex fiamme bianche che vorrebbero riallacciare un rapporto.

La festa sembra filare liscia, se non fosse per l’arrivo di tre bianchi (due uomini e una donna) che vorrebbero unirsi alla compagnia e chiedono il permesso di entrare. Sarà una lunga notte…

Davvero notevole:I Peccatori  si prende tutto il tempo per raccontare la storia con una scansione quasi aristotelica: mattina/pomeriggio/tramonto e sera introducendo tutti i personaggi per una storia corale per una cottura a fuoco lento senza perdere un briciolo di interesse e di verità. Razzismo, contrabbando, l’ombra del Clan, le piantagioni, la campagna. Vediamo le trame intrecciarsi, costruirsi, i non detti e tanta, tanta musica: blues: bluegrass, pianoforte, dobro guitar e armoniche. Le canzoni non sono intermezzi, ma parte integrante della storia, l’anima nera dei personaggi  - e il Blues è la madre di tutta la musica – e dei Neri.

E poi arrivano i vampiri. 

D’accordo, il paragone con Dal Tramonto all’Alba di Rodriguez/Tarantino è inevitabile, ma i due film condividono solo la struttura. Per Rodriguez i vampiri del c****o (cit) arrivano a metà film con un inversione a U della storia, quasi di punto in bianco, cambiando il ritmo da Thriller Disperato ad ammazza vampiri  in salsa tex mex e tanta tamaraggine.

Qua invece vengono introdotti dopo tre quarti d’ora (più il prologo) e diventano parte integrante man mano che le loro fila si ingrossano, in una lotta di sopravvivenza, che inizia in modo sottile fra richieste di entrare ( e lo spettatore frigge: “dài, non farlo entrare, non vedi che non è lui?!”) e numeri musicali (aridaje) di ballate folk irlandesi, che cantano all’unisono, come se fossero un’unica entità, quasi uno scontro di culture, umane e vampire, bianchi e neri.

Una guerra fra mondi, fra fratelli, fra musiche, fra cultura, giorno e notte, dove il peccato è quello di avere una pelle più scura o di aver scelto uno stile di vita che niente potrà redimere. E' peccato amare, è peccato essere vampiri, è peccato il Blues. E' peccato non aver timore del Peccato.

Il blues è la musica del Diavolo, il Delta il luogo dei sortilegi.

Se danzi col diavolo, prima o poi ti seguirà a casa…

E c’è spazio per una coda interessante mentre scorrono i titoli di coda appunto.  

Due ore, ma filano per una storia che è un romanzo filmico (ed ecco il secondo Oscar), da guardare, leggere in tutti i piani, fra spazi bianchi e le righe nere come la notte e i  protagonisti.

Da vedere, Perché non ha paura di osare.

domenica 17 maggio 2026

BLACK RABBIT (2025)

 

 


Jason Bateman a VV.

 

...With some who say I've lost my mind Brother try and hope to find...

 

Benvenuti al Black Rabbit, su Netflix da metà settembre, miniserie di 8 puntate. Un ristorante cool a partire dal fatto di avere il ponte di Brooklyn compreso nel prezzo e se poi il titolare ha la faccia e il ciuffetto di Jude Law…allora vale la pena spendere cinquanta dollari per un hamburger e gustarsi questa miniserie stilosa nelle intenzioni e farcita di generi, ma con un gusto come tante altre: dramma, adrenalina, conflitti e gigioneria.

Jake  Friedken (Jude Law) è il titolare del locale VIP omonimo ed è in procinto di allargare il suo giro di affari spostandosi verso il centro di Manhattan. Sennonché, puntuale come la sfiga che ci vede benissimo, nella sua vita ricompare suo fratello Vince (Jason Bateman), la pecora nera della famiglia, gran barman ma con tutti i vizi del caso e qualcuno di più, a partire da quello del gioco. Jake si ritroverà a dover gestire i casini del fratello, scisso tra l’affetto fraterno e la costernazione di volersene liberare, anche perché, come tutti gli scapestrati, Vincent fa debiti con alcuni soggetti che oltre ad avercela con lui, hanno legami con la sua famiglia e che sarebbe meglio non attorcigliare ancora di più…

Da ex carcerato della ristorazione come i due fratelli, non ho potuto che simpatizzare per questa miniserie. La serie ti incastra già nella prima puntata, presentandoti la storia in media res, per poi riavvolgere il nastro e raccontarti i fatti dall’inizio. E quello che all’inizio ti sembrava qualcosa di forte, col passare delle puntate diventa purtroppo una storia prevedibile su due fratelli, uno buono e l’altro inquieto; qualcosa che è già visto, diciamo da Caino e Abele fin giù a Bloodline, che raccontava suppergiù la stessa trama, con le Keys della Florida al posto di Brooklyn e Sissy Spacek nel cast.

Non fraintendetemi, Black Rabbit non è brutta; è cupo, con una buona tensione, e i pezzi del mosaico si ricompongono anche abbastanza bene. L’ambientazione nel green di Manhattan dà la giusta dose di malinconia, e ha in Jude Law un’ottima prova come fratello “buono” (magari un po’ tamarro), sanguigno eppure controllato, che dà il meglio nelle scene in notturna, e la chimica con Bateman funziona sia come attore, sia come personaggio che cerca di tappare i debiti del fratelloche prendono la piega di un supplizio di Sisifo. Bateman da par suo ci crede al progetto, dirige persino degli episodi, anche se la sua idea di fratello “bruciato” con barbetta e capello lungo sembra un riciclo della rockstar maledetta in A star is Born.

La vera star qui è Troy Kotsur, nei panni di Joe Mancuso, usuraio sordo (l’attore lo è nella vita vera) che attraverso i gesti, ma ancora di più negli sguardi rugosi e corrucciati esprime tutta l’umanità e il codice d’onore non solo della mala, ma anche di chi ha un segreto che non vuole distrcare nei confronti dei due fratelli.

Una serie che avrebbe potuto brillare di più, un Hamburger da 50 dollari, con ingredienti di qualità , drana, noir e buddy brothers…che però ne vale la metà, perché manca quella scintilla che l’avrebbe potuta rendere più memorabile.

Bene,ma non benissimo.

Solo per chi è un ex carcerato della ristorazione o non ha mai visto Bloodline.

sabato 9 maggio 2026

FINCHE' MORTE NON CI SEPARI 2 (2026)


 

               ...Then i asked her to be my bride...

 

Radio Silence

 

Radio Silence are backs!

E anche quella sposa fatta a forma di Samara Weaving incrostata di ettolitri di sangue da far invidia a Carrie e converse (un tempo) gialle, sopravvissuta all’allucinante prima notte di nozze col marito e alla famiglia di lui, sette anni fa, col fortunato Finché morte non ci separi.

In un’epoca di continui sequel/remake/reboot, serie tv, i Radio Silence si sono presi il loro tempo per sfornare un numero due con la filosofia giusta: double or nothing. Lascia o raddoppia. 

Il duo registico infatti alza la posta con una storia che ha tutta la ragion d’essere e che inizia l’istante dopo a dove abbiamo lasciato Grace, sul gradino della villa ad accendersi una sigaretta mentre arriva la polizia e un agente fuori campo le chiede cos’è successo e lei risponde distrattamente “Parenti.” prima di collassare.

La nostra si risveglia in ospedale e scopre nell’ordine: di essere indagata per omicidio della famiglia  Le Domas e che sua sorella minore Faith (Kathryn Newton) con cui si detestano è al suo capezzale e last but not least, in quanto legalmente unica Le Domas ancora in vita. dovrà affrontare le famiglie di satanisti affiliate ai Le Domas che vogliono il posto d’onore al Gran Consiglio del luciferino Mr. Le Bail (l’anagramma, ricordate?).

E questo è solo l’inizio di un gioco più grande, più serrato e con tanti schizzi di sangue a cui Grace e Faith dovranno sopravvivere…

I Radio Silence hanno avuto tutto il tempo di creare una storia intelligente che amplia gli orizzonti e le premesse del primo capitolo: non più una famiglia di satanisti, ma più miliardari così potenti e capaci di influenzare guerre, tregue e squilibri economici,  uno più bacato dell’altro, tutti legati a Mr. Le Bail, in lotta per il potere che è l’occasione per infilare un cast degno di nota: Elijah Wood nei gelidi panni dell’avvocato del Diavolo, incaricato di far rispettare le regole del gioco, Sarah Michelle Gellar come spietata Ursula Danforth che assieme a suo fratello gemello cercheranno di accoppare Grace in qualsiasi modo (chissà, magari le abilità imparate come Buffy possono servirle) che riprende un po' il ruolo della ricca stronza e furba di Cruel Intentions e il patriarca Danforth impersonato da David Cronenberg  (cosa vi avevo detto nella recensione del primo film?) che sta in scena una manciata di minuti ma eclissa tutti.    

Il duo raddoppia letteralmente su tutto: doppia bionda in pericolo (con buona chimica tra le protagoniste) doppi nemici, doppio splatter, doppio ritmo tra horror e commedia perculando con ironia ancora di più i nuovi ricchi e gli inetti rampolli di tutte le dinastie.

Kathrin Newtown in un’intervista ha affermato che non le spiacerebbe vedere anche un terzo capitolo. E anche io.

Daje, Radio Silence! Famo ‘sto cubo!

Consigliato a chi vuol divertirsi.

domenica 3 maggio 2026

LICANTROPIA EVOLUTION / GINGER SNAPS (2000)



 

 ...Ginger's got a hunger, Brigitte's got a problem it's a story about two sisters and one bite!

John Fawcett, 2000

 

Piccola premessa, ma dal peso di un imperativo categorico kantiano: questo film e tutta la trilogia si intitola Ginger Snaps. Semplice, diretto immediato; sentire come poggia bene?  Ripetetelo, abituatevi, ma soprattutto dimenticatevi quell’obbrobrio di titolo che gli hanno appioppato i titolisti italiani, per tacere dello scempio della distribuzione - no, non è vero e ci arriverò con grandissima ira e furiosissimo sdegno (Cit.).

Spoiler: è tutta colpa della saga di Underworld. Ve la ricordate Kate Beckinsdale in canini, latex e pistole che combatteva licantropi ecoterroristi? Proprio lei (la saga, non Kate).

 

Non avrebbe un rimedio anche per i titolisti italiani?

 

La prendo di petto, lo so, ma ho un amore per Ginger che si intreccia indistricabilmente con le fisse che può avere un post-adolescentenei primi anni zero. Tanto per darvi l’idea:andai a comprare i DVD a Londra, ordinai il poster cinematografico originale, ricomprai il cofanetto dvdquando (finalmente) uscì da noi e non pago di tutto ciò, quando cominciai a lavorare come barman ci battezzai pure un cocktail. Se volete la ricettascrivetelo nei commenti; èsemplice da preparare ma ti fa sentire un professionista.

 

«Anche barista.» (cit)

 

Detto ciò, dritti all’anno 2000 su a Bayles Down, Canada. Tempi di modem 56k e lo spettro del massacro a Columbine dell’anno prima che aleggia come un alone di sporco nel film e corridoi del liceo locale. Le sorelle Fitzgerald, Ginger (Katharine Isabelle) e Brigitte (Emily Perkins) sono quelle che si chiamavano “dark” con cognizione di causa, oppure outsider oggi. Due sorelle adolescenti in osmosi, chiuse in un loro mondo fatto di foto macabre dove allestiscono le loro morti,dal suicidio alla disgrazia, come vediamo nei titoli di testa (dove ci avrei visto bene rimbombare Strawberry Gashes delle Jack Off Jill) – quasi “l’immensa camera oscura”che affascinava Lydia Deetz/Winona Ryder dieci anni prima. Le sisters però sono legate da un patto: “insieme per sempre”, qualunque cosa accada.

E qualcosa di molto (g)rosso accadeu na sera, mentre rincasano:Ginger ha il menarca el’odore del sangue richiama un grosso lupo che attacca la ragazza, cambiandola per sempre.

Da qui Ginger sboccia: niente luna piena per trasformarsi, ma un graduale cambiamento giorno per giorno. Spuntano ciocche bianche, unghie più lunghe,diventa più provocante coi ragazzi, più aggressiva e soprattutto spezza il legame con Brigitte, la quale cercherà in ogni modo di rallentare il processo di licantropia (grazie a Dio niente CGI, ma sani effetti prostetici) della sorella, cercando l’aiuto del giovane pusher Sam, per preparare una bella dose di aconito come antidoto per Ginger, che diventa sempre di più una mina vagante e mordente.

 

Da Canadian Ginger Ad American Mary in un morso.

 

Ginger Snapsnon è solo una perla nella filmografia dei lupi mannari- un genere che va davvero a fasi, come la luna – ma anche una storiache riesce a parlare dell’adolescenza e soprattutto della sua fine. “Out by sixteen or dead in this scene /O cambia la sorte o a sedici la morte”, è il patto delle sorelle che verrà infranto nonostante Brigitte ci provi a fare rinsavire (o tornare?) Ginger.  La licantropia è la metafora lampantema non banale per raccontare di due sorelle di nome Maturità, che si avvicina dentro a un corpo da dove vorresti scappare ma non puoi,perché sei sempre tu, e l’altra, Sessualità, che arriva fra misteri di sangue e del ciclo mestruale – che guarda caso segue la luna - e ormoni che pompano. L’adolescenza è quel periodo in cui non solo ti senti diverso…è che lo sei proprio, specie se sei nerd o strambo perché hai dei gusti tutti tuoi che non sono quelli della massa. Qualcuno ha detto “calcio”? In tal caso lo dico io. Ginger Snaps è autunno dell’infanzia. Non a caso il film si svolge proprio in un ottobre plumbeo, che i luoghi canadesi ci restituiscono alla perfezione, - dandogli una sensibilità e un finale che i cugini di sotto non avrebbero saputo dargli- e culmina con la festa di Halloween.

Un film che si porta dietro echi di Carrie ma anche di quella favola scura che èIn compagnia dei lupi, che esplorava proprio questi temi, donne, lupi, infanzia e adolescenza, con la differenza che qui Cappuccetto Rosso è anche il lupo, ed è passata al cappuccio nero delle felpe. Nero come il suo futuro, scuro come il suo pensiero. Un piccolo manuale sull’argomento.


Ginger è una lupacchiotta che ha fatto scuola, con la sua trasformazione graduale ma inesorabile che la cambia corpo e mente, tanto che è stato ricordato anche di recente (Wolfman) ed è interpretata da una Katharine Isabelle in stato di grazia, una che gavetta ne ha fatta ovunque, mangiando horror e sciroppo d’acero, passando da Piccoli Brividi a Freddy vs Jason fino a raggiungere uno zenith nel filone colghignante American Mary.

 

Ma il merito della riuscita del film è la chimica fra le sorelle, e Brigitte di Emily Perkins è perfetta.

Non puoi non innamorarti di lei, infagottata in maglioni e gonnellone di flanella e il capello trascurato. Cupa, taciturna, corrucciata e pallida, Emily Perkins/Brigitte è la sorellina bruttina, di una bellezza forse acerba e non la finta gnocca a cui infilare un paio d’occhiali per farla sembrare cessa. Ma è credibile nel suo legame con Ginger, anche perché sia lei che Katharine hanno parecchio in comune: nate nello stesso ospedale di Vancouver, stessa scuola e stesso agente, e nonostante Emily sia più grande di Katharine di 4 anni, la prima sembra uno pulcino imberbe: eppure anche lei ha un passato horror: da adolescente in treccine e sandaletti aveva sconfitto Pennywise , per poi sbocciare in una adulta Annette O’Toole che maneggia pantere e adottava orfani spaziali.

Non riesco a pensare che so, a Scarlett Johansson, nonostante le avessero inviato la sceneggiatura e di questo ringraziamo sua madre che mise il veto, perché aveva letto un articolo sul National Post dove si stava cercando di boicottare il film, in quanto, dopo la strage di Columbine simili visioni potevano far diventare violenti i ragazzi. I ragazzi, nessuno pensa ai ragazzi.! Per cui non ringrazierò mai abbastanza mamma Johansson, perché sulle spalle da scricciolo di Brigitte pesa anche il sequel, Ginger Snaps II –Unleashed (unico titolo possibile, ricordate?) in cui la nostra cara sorellina brilla in un seguito ancora più disperato, ma di cui parleremo un’altra volta.

 

«Sono Wolf Brigitte, risolvo problemi.»

 

La storia di Ginger Snaps non si conclude con la fine delle riprese. Dopo il debutto al Toronto International Film Festival (TIFF), il film fu quasi acquisito dalla Fox Searchlight, che lo avrebbe comprato a condizione che venisse modificato per ottenere un rating PG-13, eliminando le scene di sesso e il linguaggio volgare, per un approccio più simile a quello dei film per adolescenti della WB. Per fortuna,il regista John Fawcett e il suo socio Walton schifarono l’accordo e stipularono un piccolo contratto per la distribuzione negli Stati Uniti e in Canada in DVD, pensando che la storia del film si sarebbe conclusa lì. Ma la “maledizione” non è tale per nulla; qualche tempo dopo, un cinema d'essai di New York si mostrò interessato a proiettare il film per un festival autunnale e il critico del New York Times Elvis Mitchell ne scrisse una recensione entusiastica, portando a un accordo con la HBO e rendendo Ginger Snaps un film molto popolare sul canale via cavo. Poco dopo, gli appassionati di horror iniziarono a notare il film, che divenne rapidamente un punto di riferimento nel sottogenere dei lupi mannari.

Vi devo una piccola coda (di lupo):ai nostri distributori piace cavalcare mode e appiccicare titoli ad minchiam. Bene, nel 2004 esce il primo Underworld, di cui si parlava prima e la sua nidiata di cuccioli sequel tutti con Evolution o Lycans nei titoli, tanto che da noi il terzo film di Ginger (una specie di prequel) è uscito al cinema nel 2005 col titolo di Licantropia, mentre il primo e il secondo direttamente in home video, piazzandoli come seguiti moderni e appioppandogli due titolacci infamanti. Per cui pronunciatelo sempre e solo Ginger Snaps, Ginger scatta. E anche io, se vi sento.

 Da vedere, senza se e senza ma. Super consigliato.

 

venerdì 1 maggio 2026

NOSFERATU A VENEZIA (1988)

 


Augusto Caminito

 

Questo è uno di quei casi in cui la storia produttiva è più interessante del film in sé.  Anzi, potrebbero farcene uno sopra, tipo The Disater Artist (2017).         

1986: Augusto Caminito, produttore di film dagli ottimi incassi commerciali come In viaggio con papà, decide di realizzare il seguito del Nosferatu, principe della notte (1979) di Werner Herzog. Assolda anche l’interprete principale, Klaus Kinski, e si prepara a sfornare il prossimo successo pensando che con gli incassi potrà lavarsi i capelli con lo champagne. Non sa che lo aspetta un crack degno della Parmalat.

L’esperto di vampiri Paris Catalano viene chiamato a Venezia dalla nobildonna Helietta Canins per indagare sulla fine di Nosferatu che durante la peste e il carnevale del 1786 le ha vampirizzato l’ava Letizia prima di sparire nel nulla. La donna è convinta che il vampiro sia nella cripta di famiglia, ma Paris è scettico. Così, per conoscere la sorte di Nosferatu fanno una seduta spiritica che lo riporta in vita (si fa per dire); ma il vampiro vaga stanco e inattaccabile fra le calli e il carnevale veneziano alla ricerca di una vergine che ponga fine al suo tormento.


                                                     Per favore Toffolo, non morderla sul collo!

Sulla carta l’idea è suggestiva e ha tutti i numeri per farcela: Venezia come sfondo perfetto per una storia di morte e decadenza eun cast internazionale che va dal collaudato vampiro Kinski (che si porta dietro la fidanzata Deborah Caprioglio in una particina uncredited) a Christopher Plummer come ieratico ammazzavampiri passando per comprimari di lusso come Donald Pleasence nei panni del simpatico Don Alvise. Mentre sul versante de noartri abbiamo Barbara de Rossi al top della bellezza (anche se con due espressioni: con la pelliccia addosso o fuori), Yorgo Voyagis e persino la Maria Clementina Quasimodo (Viendalmare!), vedova del poeta nei panni della bisnonna Canins…e qui comincia l’altro film: The Disaster Nosferatu.

Il primo regista, Maurizio Lucidi, viene liquidato subito perché ritenuto di poco appeal per il prodotto. Chiamano Pasquale Squitieri, che riscrive il copione e ingaggia fumettisti del calibro di Magnus per realizzare gli storyboard del film; insomma spende e spande e il budget sale. Liquidato anche lui.              Tocca quindi a Mario Caiano contenere le spese -oltretutto ha già lavorato con Kinski - ma lui e l’attore litigano di brutto. Storie di insulti e di specchietti lanciati in faccia.

Klaus Kinski non è un soggetto facile: è collerico, umbratile, arrogante. Le sue mattane sono storie note. Un set in preda ai suoi capricci da primadonna equivale all’anarchia; per lavorare bene gli servono registi-domatori con la mano ferma e il fucile nell’altra, tipo Werner Herzog. Vedere il suo bellissimo documentario Kinski il mio nemico più caro per credere, tanto che durante le riprese di Fitzcarraldo, dopo che Kinski ha sbraitato per la qualità del cibo, il capo della tribù di indigeni locale che ha fatto voto di silenzio, si avvicina a Herzog e gli sussurra: “Se vuole glielo uccidiamo.” 

In più, Kinski rifiuta di rasarsi i capelli come nel Nosferatu precedente, perché lì aveva un bel rapporto col truccatore e si sottoponeva docile a tre ore di trucco, col risultato di sembrare Lino Toffolo o la versione gothic degli Spinal Tap, fate voi.

Specchio delle mie brame, chi è il più parrucco del reame? 

Le riprese sono un’Odissea: il polacco disprezza tutti e fa il minimo sindacale, guarda in camera col suo sguardo sbilenco e più che mordere le attrici le sprimaccia per bene,traumatizzandole con vere e proprie molestie sessuali; celebre quando durante una ripresa in primo piano in cui deve mordere sul collo Barbara De Rossi,non visto, le infila un dito proprio laggiù.  Lei scappò nella sua roulotte a piangeree l’intera troupe a scioperòper protesta. A quel punto mi vedo pure il produttore a lacrimare tipo Paperon de Paperoni, allagando Venezia.


                                                                     #NosferaTOO

Con Caiano defenestrato, a Kinski scappa la mano (quella che non è impegnata a toccheggiare tutte le attrici): ha deciso che il film lo dirigerà lui oppure Caminito. Il produttore a quel punto è disperato, il budget ormai assomiglia a un PIL del Terzo Mondo e Reteitalia, che sta aspettando il film da due anni, chiude i rubinetti. Allora Caminito si fa aiutare da Luigi Cozzi- che firma le scene più spettacolari come le fucilate che aprono buchi in pancia al vampiro e il volo di Nosferatu sulla città -, salva il salvabile e anche se mancano la metà delle riprese previste, monta il film e lo consegna così com’è. Non sarà un cult, ma un buon candidato per i bruttissimi di Rete Cassidy su la Bara Volante.

Anche senza sapere tutte le tribolazioni raccontate, guardando il film in modo distratto si sente che manca qualcosa. La prima parte regge aiutata dall’atmosfera mefitica e lagunare, la seconda barcolla di brutto e ti lascia il senso di irrisolto e di sfuggente che ti fa dire: “E quindi?” Kinski è svogliato e si vede.                 A parte quando prende a calci la rete coi cani che gli abbaiano contro, che sembra un raptus del vero Klaus. Anzi, è proprio lui che ha vampirizzato soldi, pazienza e chilometri di pellicola passata a passeggiare fra le calli con aria da rockstar sfatta, probabilmente pensando al delirante monumento a sé stesso che Caminito gli ha promesso di produrre, dove lui sarà attore, regista e molestatore assoluto: Paganini (1989).                                                     

Ecco, questo Nosferatu a Venezia è proprio come il celebre musicista: non ripete.                                        Al netto dei difetti, credo che il fallimento del film sia dovuto anche ad un genere ormai al tramonto in quegli anni, sorpassato dalle televisioni e dai nuovi gusti del pubblico.                                                Ironico, visto che i vampiri sorgono proprio al calar del sole.



I PECCATORI (2025)

    ...Got my mojo workin', but it just won't work on you I wanna love you so bad, I don't know what to do...   Ryan Coogler  ...