sabato 25 aprile 2026

LA SPOSA! (2026)

 



 Maggie Gyllenhall.

 

...I prefer not to.

 

Chiariamoci subito, ora, adesso, istante, momento! Per quanto il titolo (del film e quello nuziale) sia urlato, esclamato, conquistato, Lei, Ida/La Sposa/Penny…preferisce di no.

Lei non è la sposa di nessuno, tantomeno di Frank(enstein).

In un Aldilà/Aldiquà sospeso, “Mary Wollestoncraft Goodwin Shelley” (ci tiene a snocciolarci il nome completo - Jessie Buckley) racconta che avrebbe voluto scrivere un seguito della sua Creatura, quella che lo Svizzero pazzo si era rifiutata di costruire per “Frankie” . Così si impossessa del corpo di una escort degli anni ’30, Ida (sempre Jessie) col risultato di scatenarle una Sindrome di Tourette “colta”: ogni tanto si inceppa e scandisce dei sinonimi di una parola fin quasi a svuotarli di senso. Ma questa situazione comporta una raffica di insulti e denunce contro tutti i mafiosi in sala, in particolare contro il boss Lupino, che fa sparire tutte le ragazze che vedono, sentono o parlano troppo e ne colleziona la lingua. Inutile dire che Ida sarà la prossima. Guarda caso in città arriva Frankie, la creatura (Christian Bale) in cerca del dottor Euphronius (Annette Bening) per chiederle una compagna. Il corpo prescelto sarà quello di Ida, che però una volta rianimata non urla disgustata come Elsa Lanchester novant’anni fa…ma preferisce di no. 

Maggie Gyllenhall accende la corrente galvanica e dirige, sceneggia e co-produce una rilettura di la Moglie di Frankenstein in una chiave moderna, 2.0, #meToo, femminile e femminista. Col punto esclamativo in tutto. Ida ha un look da bambola punk rotta: una frittata di capelli e uno sbaffo di rossetto sul labbro (in realtà la soluzione cristalloide con cui è stata rianimata), parla per sinonimi ed è vittima del patriarcato ma non doma, anzi è indipendente e cita Melville: Preferisco di no. Non il male di vivere e l’inedia di Bartleby nel racconto omonimo, bensì il suo diritto ad essere libera di scegliere, di fare come vuole, quello che vuole, perché lei è una Nobody’s wife (e Anouk ringrazia, riverisce, complimenta…ok la smetto).

Ida schifa gli uomini come e più delle ostriche ed è alle prese con un Frankie vergine, che ha come mito Ronnie Reed (Jake Gyllenhall, fratello di Maggie) una specie di Fred Astaire dal piede caprino, tanto da portare Ida nei cinema di ogni città a vedere i suoi film. “Le gambe sono la tua perversione?” gli chiede lei, mostrandogli la sua, che ha ancora una protesi ortopedica. Ida/Penny/Sposa è speculare a Mary Shelley, l'una è il complemento dell'altra. Mary sa e conosce la verità su Ida, che al contrario non ricorda niente del suo passato. Mary la usa ciò che una non ha avuto (come facevo a scrivere il seguito con un tumore e tre figli morti?), Ida invece vive, gusta e si riprende ciò che le è mancato.

Bale è una Creatura che conferma il suo talento di attore, tra tenerezza, inesperienza e ferocia. Un mostro che non ha neppure avuto il piacere di una stretta di mano, un essere stanco, goffo eppure non troppo diverso da noi.

Alle donne, per le donne, il film ha anche una sottotrama con un'altra coppia speculare, il detective bambacione a forma di Peter Sarsgaard e la giornalista Penelope Cruz, più sveglia e determinata del collega. Di più non vi dico, anche se rimane la parte più scontata del film.

Da buona creatura (il film, non Frankie) è un calderone di pezzi, un puzzle assemblato con diverse citazioni, riviste riaggiornate, rebootate (basta, lo giuro): Da Frankenstein  Junior e il balletto (sguaiato) di Puttin' on the Ritz, passando per La Sposa Promessa, fino a Bonnie & Clyde (in tutto e per tutto), fino alla parte francamente didascalica della rivolta delle donne truccate come la Sposa, che dimostra i danni fatti da Joker.

Alcuni magari si aspetteranno di più. Un'occasione sprecata. Un Frankenstein cucito un po' alla boia d'un Giuda con una glassa di femminismo già sentito.

Io invece...preferisco di no. La Bellezza è imperfetta e costellata di cicatrici.

giovedì 16 aprile 2026

LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO (1976)

 

Ovvero: Affresco di famiglia con interno di agonie.

 

 


 

 

 

1976, Pupi Avati

 

Estate, caldo, mare; conosco il posto giusto per un po' di ferie.                                                                                                                                          

Partiamo da Bologna con le luci della sera per vedere la riva assassina del Po, quella fetta di terra arcana che non ci vuole, no, che prima andiamo via meglio è, o una morsa di gelo ci prenderà con sé…Benvenuti a La Casa dalle Finestre Che Ridono, di Pupi Avati.

Vendesi Deprimente soluzione abitativa con sorrisi d’epoca e terreno coltivabile a sacrifici umani.

Stefano (Lino Capolicchio) è un restauratore chiamato in una remota provincia padana per riportare alla luce un cupo affresco di un San Sebastiano ritrovato nella pieve locale. L’opera è del defunto Buono Legnani pittore e matto del villaggio, un tipo così allegro da essere soprannominato “il pittore delle agonie”, per il vezzo di dipingere persone morenti. Una sorta di Ligabue da obitorio, che con l’aiuto delle sue due sorelle (neanche loro tanto in bolla) praticava l’incesto e riti strani di cui è meglio non approfondire; Padanian Gothic. Con queste premesse, il nostro eroe riceve inquietati telefonate che gli sibilano di andarsene e non toccare l’affresco. Invano; perchè nonostante la morte di un amico che voleva rivelargli qualcosa a proposito di una casa dalle finestre che ridono e le suppliche della fidanza Francesca (Francesca Marciano), Stefano si mette al lavoro.Oltre all’affresco riaffiorano anche segreti che dovevano restare sepolti sotto l’intonaco, e presto cominciano a morire altre persone mentre nel paese si stringe la vite dell’omertà e del silenzio…

Eccolo qua, il primo grande successo di Pupi Avati: 50 anni e non sentirli, è un film invecchiato molto bene, un thriller gotico che già dal titolo sinistro e surreale, intriga. Com’è fatta una casa dalle finestre ridenti? Perché mi dà l’idea che non sia un riso felice, ma piuttosto ghigno macabro e congelato, tipo Joker? Avati mette in scena una provincia romagnola bacata e assolata,fatta di comunità chiuse e ostili.    Se Giovannino Guareschi nelle sue saghe Don Camillo era il cantore della realtà contadina della Bassa e del “Mondo piccolo” fatto di favole del grande fiume, terra grassa e saporita come una fetta di Parmigiano, Avati invece mostra tutte le tare (e gli scheletri) della campagna. Il Delta del Po è una cloaca maxima dove la canicola e il silenzio di quei luoghi sono una cappa da cui stare lontani, che qui di foresti non ne vogliamo mica e il falcetto più che per tagliare l’erba, serve a recidere le gole dei curiosi.        Nella campagna nessuno può sentirti urlare, la terra mantiene il segreto e gli uomini lo custodiscono.       Sei solo, ormai…   

Buono Legnani, sacrificio su affresco.

È una storia che procede per sottrazione, senza chissà quali delitti, dove fanno più paura il silenzio e il sole ed è più inquietante il rumore di passi che salgono la scala di un vecchio casolare sghembo. E soprattutto, funziona: l’inquietudine ti si appiccica addosso come il sudore, mentre prosegui la visione. E non è poco per un film del genere.

Il successo del film sta nel fatto di essere diverso dai thriller argentianiche andavano in quegli anni, con animali nei titoli e maniaci in impermeabile nella trama. No, il tono di Avati è quello nonno che racconta la storia “nera” attorno al fuoco, quelle stesse storie che lui stesso sentiva da bambino (è del 1938), magari in dialetto. Anzi, pare proprio che l’ispirazione venga da uno spauracchio che nonna Avati raccontava al piccolo Pupi per farlo stare buono: traumi infantili e dove trovarli.  La leggenda narra che nel comune di Pupi fu aperta la tomba di un prete, ma che dentro c’erano i resti di una donna…Da qui nonna Avati lo ammoniva che se non avesse fatto il bravo sarebbe venuto il prete-donna a prenderlo, praticamente l’incubo (o il sogno) di molti vaticanisti. Da qui la prima bozza nei primi anni Settanta intitolata La luce dell'ultimo piano, scritta da Avati col peso dei flop dei suoi primi due film e degli scherzi telefonici degli amici che gli fanno credere di essere dei produttori interessati, finché…non gli telefona Ugo Tognazzi.

Franca Bettoja, moglie di Ugo gli ha messo per sbaglio in valigia un copione bizzarro che Avati è riuscito a fargli avere spacciandoglielo di soppiatto al club di tennis dove l’attore andava, dopo i rifiuti di Gassman e Villaggio. “Lei crede che io sia adatto per questo film?” gli chiede e Avati si gioca tutto: “Sì!”           Così il grottesco La Mazurka del barone, della santa e del fico fiorone esce nel 1974 e fa la fortuna di Pupi che riprende quella bozza sull’ultimo piano assieme al fratello Antonio, Gianni Cavina e Maurizio Costanzo (per una storia coi baffi, scusate non ho resistito), ed è un altro successo, che vince pure il premio della Critica al Festival du Film Fantastique, anche se il riconoscimento più importante gliel’ ha già dato il tempo, il miglior giudice: Cult negli anni.

Questa invece è un esponente dell’arte più apprezzata di sempre: bellezza con didascalia inutile.

Il resto è una storia più grande di noi, come succede nei thriller avatiani; qualcosa che più si allarga, più stringe il cappio attorno all’eroe. Il finale poi, lascia perfettamente sbigottiti, volutamente ambiguo come la sua rivelazione. Il parco attori è servito da alcuni “esemplari” che Pupi utilizzerà spesso, tanto da diventare “la scuderia Avati”, una factory wharoliana al Lambrusco: il compassato Capolicchio, l’esagitato Gianni Cavina, che col suo “non mi rompete i coglioni!” è il meme perfetto a fine di una giornata lavorativa stressante o dopo il pranzo di Natale coi parenti all’ennesima domanda della zia Assuntina se hai la fidanzata. E a proposito di fidanzate, Francesca Marciano che con la sua bellezza notturna e caravaggesca sostituisce Mariangela Melato (che rinunciò per il budget risicato) e il nano Bob Tonelli che è l’elemento più normale di un film altrimenti lombrosiano. Tutti concorrono a creare un’atmosfera grottesca, che diventa “colore” del film: il nero.

Dopo il successo del film, i produttori cercheranno di convincere Avati a girarne un altro subito: per tutta risposta Pupi, radunò quasi lo stesso cast quasi e girò una parodia con tanto black humor e un bestiario di attori da far invia il circo Togni: Tutti defunti…tranne i morti (1977). Perché il nonno racconta le sue favole rosso sangue solo una volta a decennio. Anche questo fa parte del grande quadro…

sabato 11 aprile 2026

MURDEROCK - UCCIDE A PASSO DI DANZA (1984)

 

 


 

Lucio Fulci

Ballo, ballo, ballo da capogiroBallo, ballo, ballo senza respiroBallo, ballo, ballo m'invento un passoChe fa così, fa così (fa così)Pazza, pazza, pazza su una terrazza 

Lo scorso 13 marzo di trent’anni fa Lucio Fulci attraversava le porte del silenzio, proprio alla vigilia del suo ritorno dietro la macchina da presa per il remake de La maschera di cera, sotto la produzione di DarioArgento col quale si era riconciliato da poco. Il film poi lo fece Sergio Stivaletti, mentre Darione Nostro omaggerà Lucio nella morte di Max Von Sydow nel suo Nonhosonno.

Fulci, dunque. 

Un regista/terrorista di generi su cui hanno già parlato altri molto più preparati di me, per cui per non fare incazzare il vecchio bucaniere che ci guarda da …L’Aldilà!(scusate, non ho resistito) con fasulle lacrime di coccodrillo o lodi trite e ritrite, oggi parliamo di Murderock – Uccide a passo di danza perché…mi sono trovato il DVD in bella mostra in un negozietto di dischi di provincia con un prezzo da pizza da asporto, proprio lo scorso 14 marzo durante un weekend fuori porta. Coincidenza? Oppure Lucio, che col suo savoir-faire romanesco proprio da…ehm, lassù, ha mandato un segnale del tipo: “tiè, pijatelo, và!”

Troppa grazia, non sum dignus. Quindi annamo, và!

 

New York: anni Ottanta a base di scaldamuscoli, aerobica, capelli cotonati e facce pulite da spot Burghy. Candice (Olga Karlatos)  è un’ex ballerina dalla carriera spezzata a causa di un pirata della strada e che adesso dirige una scuola di danza. Ma in vista di una selezione importante le sue ballerine cominciano a morire, trafitte al cuore da uno spillone. Inoltre, Candice ha incubi in cui l’assassino la insegue per ucciderla.  In pratica Flashdance incontra il thriller italiano, anche se certe coreografie danzerecce fanno pensare di essere a Domenica In.

Fulci lo liquidava come un telefilm all’americana e basta. Lo girò poco prima della malattia che lo allontanò dai set per due anni. Ed in effetti è invecchiato maluccio, forse perché era già vecchio allora (siamo nell’84).

Non che sia girato male, ma è una polaroid di un periodo che stava già finendo. Certi tipi di thriller erano ormai inflazionati e il cinema italiano stava cambiando, traghettato verso il format Biscione di Silvio.      Ci sono tante belle tette e culi, la Karlatos che si spoglia con gusto, Ray Lovelock monocorde e a cui manca giusto un bicchiere di Punt e Mes come nei thriller di dieci anni prima, Claudio Cassinelli che appare e scompare a casaccio, e un detective baffuto che indaga sgranocchiando continuamente arachidi, con tanto di bocca aperta e bolo intravisto. E dire che siamo cresciuti pure a sbirri che sbafavano hotdog o altro, però dài… 

La sceneggiatura è un ibrido di quanto detto prima con gli incubi scopiazzati da Laura Mars, che alterna coreografie sbriluccicanti a omicidi anemici (ma pieni di tette) e un paio di esterni newyorkesi e alcune buchi di sceneggiatura il cui messaggio è più o meno, uno show must go on .. alla Drive In però.

Fulci ne prende atto; è il primo a non crederci e capire che il genere sta morendo anche senza spilloni nel cuore e ne approfitta per passare oltre, col solito cameo. Non di un medico ma un produttore che telefona alla Karlatos per cassare un lavoro per Lovelock. “Sai com’è siamo puritani noi…”

Ah, le musiche di Keith Emerson sono comprese nel prezzo, ma dimenticabili. 

Giudizio: un Big Babol che vi rimasto in tasca da chissà quando. Per quanti conservanti abbia, masticatelo a vostro rischio. Certi anni ’80 hanno erano già poco fragolosi allora.

Però Fulci è stato anche questo e noi lo ricordiamo così.

Ciao, Lucio.

I PECCATORI (2025)

    ...Got my mojo workin', but it just won't work on you I wanna love you so bad, I don't know what to do...   Ryan Coogler  ...