giovedì 30 ottobre 2025

TRILOGIA DEL TERRORE (1975) / TRILOGIA DEL TERRORE II (1996)


 

Dan Curtis

Tre storie, tre donne. Tre facce, un solo volto: quello del terrore. Il terrore è dunque Donna.

Dopo questo traballante sillogismo, presentiamo questo film a episodi, trittico di pulzelle tutte interpretate da Karen Black, un film che è un punto d’incontro fra tre forze malvage, e tutte insieme lanciano il loro terribile monito: mai fare incazzare una donna, saprà come spaventarti. L’attrice è solo un vertice del triangolo e qui davvero camaleontica: passa da terrorizzata a terrorizzante in un attimo. Mi piace pensare che sia per questo che Hitchcock l’abbia voluta per il suo Complotto di famiglia (1976).Agli altri due lati troviamo Richard Matheson alla penna e Dan Curtis alla regia: il primo è un titano della letteratura fantastica degli ultimi sessant’anni dalla prosa asciutta e letale; gli episodi sono tratti da suoi racconti – anche se qui sceneggia solo Amelia – e negli anni ’70 stringerà con Dan Curtis un bel sodalizio artistico nonché horrorifico. Curtis da par suo è un regista televisivo e con un senso del ritmo mooolto diluito (vedi Ballata Macabra) ma mastica il genere horror da un bel po’, nonostante le limitazioni del mezzo catodico di allora. Eh già, perché Trilogia è un film per la televisione, ma non si nota. Anzi, la fattura da piccolo schermo lo rende ancora di più una piccola chicca.

Ma veniamo agli episodi:

Julie: Un’ insegnante goffa ed incessita da maglioni e collant contenitivi, attrae l’interesse del belloccio & stronzo studente di turno che comincerà un gioco di ricatti con lei.  Povero ragazzo, avrebbe fatto meglio a ripassare il significato di mantide religiosa

Millicent e Therese: castigatissima una, lolita ciucciona l’altra. Du’ gust è meglio che uan.            Lo stesso exploit dell’episodio Lucy comes to stay in La Morte dietro il Cancello di Roy Ward Baker uscito tre anni prima e più riuscito grazie alle duo Charlotte Rampling -Britt Ekland che “sdoppiate” reggevano meglio le fila. Qui, la Black in minigonna, stivaloni e parrucca bionda sembra un po’ la madre che fa la vamp coi vestiti della figlia e la rivelazione è già sgamata in partenza. Brava lo stesso.

Ma il meglio arriva per ultimo; ecco Amelia: succube di una madre soffocante, compra per il fidanzato - ahia, l’hai detto a mammà? - un feticcio Zuni, un orribile pupazzo col testone sproporzionato su corpicino rachitico tutto zanne e pelo, ma ancora impressionante. Il regalo perfetto per un fidanzamento.La porella rimuoverà sbadatamente il sigillo che ne tiene imprigionata la furia cacciatrice ed è preda per tutti. Le soggettive a rasoterra del pupazzo sono ancora oggi inquietanti e la lotta tra la terrorizzata donna e lo Zuni carica di tensione. Non spoileriamo il finale, ma garantiamo per lui, anzi Lei.

Ad alcuni potrà sembrare una fotografia di un’altra epoca: un genere ormai estinto, un’antologia datata, dal ritmo altalenante che porta tutto il peso sul capoccione di Zuni dell’ultimo segmento, eppure è ancora capace di brillare di quella luce che solo certi film sanno fare: inquietare e in riportare gli autori sul luogo del delitto dopo ventun anni con…

 TRILOGIA DEL TERRORE II (1996)

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Squadra che vince non si cambia: forse il fatto che gli anni Settanta sono finiti da un po’ e ci troviamo in quella palude (almeno per l’horror) di metà anni ’90, con spettatori più smaliziati e tanta voglia di schifiltosità e amenità, porta Curtis a svecchiare il filmetto di vent’anni prima con questo sequel/remake con un occhio alla nostalgia e l’altra al videonoleggio.

Sempre tre episodi, sempre Curtis alla regia e William F. Nolan alla penna, con Matheson che stavolta si limita a dare il nulla osta per l’utilizzo di un suo racconto e nei panni (e parrucche) di regina delle tenebre dal triplice volto, eccovi Lysette Anthony, la quale si sobbarca il film come aveva fatto il feticcio Zuni vent’anni prima, ma tranquilli: torna pure lui.

Graveyard Rats: apripista che racconta di una moglie angariata dal marito vecchiaccio e danaroso. Chi glielo fa fare di vivere così? Meglio accopparlo e godersi i soldi in compagnia dell’amante giovane. Ma c’è un piccolissimo problema: l’uomo si è portato codici d’accesso ai conti letteralmente nella tomba; i due dovranno recuperarli dissotterrando la bara, ma il cimitero è invaso da toponi magna cadaveri che scorrazzano in gallerie sotterranee…Il primo episodio è anche il più riuscito. Tatto da un racconto di Harry Kuttner, dopo una prima parte quasi da thriller c’è da divertirsi coi ratti giganti e claustrofobie. Da notare che se ne sono ricordati gli sceneggiatori di Gulliermo Del Toro’s cabinet of curiosities, d’altronde con uno spunto simile…

Bobby: una madre col figlio defunto spulcia libri di magia nera per riaverlo di nuovo con sé…Da un racconto di Matheson, che a sua volta rilegge la Zampa di scimmia di Jacobs che al mercato mio padre comprò. Remake fotocopia dello stesso episodio diretto da Curtis per l’altro antologico Notte di Morte del 1977. Doveva esserci un raccontino di Dick, la Cosa-Padre poi scartato per motivi mai chiariti. Discreto se non si è visto l’ultimo, altrimenti inutile e più riuscito l’originale. Bene ma non benissimo. Primo autogol.

He who kills: Grande (si fa per dire) ritorno della crapa zannuta di Zuni. L’episodio si allaccia idealmente al finale del primoAmelia, col ritrovamento dell’orrido feticcio sulla scena del crimine. Una dottoressa lo porta via per esaminarlo e, guarda un po’ la catena dell’idolo si sfila, liberando la sua furia cacciatrice… Vedi Bobby. Lysette regge il confronto con Karen, la messa in scena nel museo rende, ma l’effetto sorpresa è bello che andata, a meno che non abbiate visto questo film per primo, per cui può anche piacervi.

Che sia dolcetto (horror) o scherzetto (vaccata) dipende solo da voi.

 


sabato 25 ottobre 2025

I MAGHI DEL TERRORE (1963)

 



 Roger Corman

 

...For the rare and radiant maiden whom the angels name Lenore—

            Nameless here for evermore...

 

 

I maghi del terrore - ovvero: come imparai a parodiare Poe e ad amare il genere. Nelle mani di Roger Corman, nella penna di Richard Matheson e nei cachinni di Vincent Price, il triste bostoniano diventa oro.  I film della AIP tratti dalle sue opere danno nuova linfa alle sue storie, e il “ciclo di Poe” inaugurato nel 1960 col I vivi e i morti garantisce dei buoni incassi, grazie anche alla formula minima spesa massima resa. Corman infatti è famoso per i tempi stretti di lavorazione e i set riciclati , tutto per stare nel budget (visti anche i cachet delle star…). Nel ’63 però tutti quanti sentono l’esigenza di aggiungere un ingrediente al piatto: leggerezza, ironia; un Poe horror-free.

Allora che si fa? Un po’ il contrario di quanto fatto finora: se prima i racconti di Poe erano il materiale per l’ultima mezz’ora del film, adesso si prende Il Corvo, The Raven – il titolo originale del film - la poesia più celebre del nostro e si usano i primi versi come pretesto per ottanta minuti di girato.

L’incipit infatti segue la poesia: nella sua casetta il dottor Craven (Vincent Price), un mago che è sempre rimasto in disparte, sta rimuginando sull’amata morta Leonore, quando un corvo bussa alla finestra. Lui lo fa entrare, il pennuto si appollaia sul busto di Atena, il dolente mago gli chiede se rivedrà mai la sua Leonore…e il corvo risponde un  prosaico: “Sono mica un zingaro io?” Poe è liquidato e tornerà solo nei versi finali. Il corvo si scopre essere il dottor Bedlo (Peter Lorre) trasformato in volatile dal perfido mago Scarabus (Boris Karloff), nemico antico del padre di Craven. E non solo: nelle grinfie di Scarabus ci sarebbe anche la rediviva Leonore. Bisognerà andare al castello del cattivone …                              

Quando ho visto che era su Prime non ho indugiato, mi mancava da troppo tempo nella tacca dei film da scrocettare. Sulla carta abbiamo un tris di star: da una parte Price e Lorre che avevano già fatto insieme un episodio de I racconti del terrore l’anno prima e i loro duetti sono l’elemento migliore. Lorre infatti preferiva improvvisare e Price offre il gancio. Dall'altra si unisce Karloff, che però non tollerava le improvvisazioni di Lorre, in quanto abituato a recitare a menadito il copione. In più l’attore era anziano e malandato, per cui recita spesso seduto e con primi piani. Tanto che per venire incontro alle sue richieste il duello finale di magia si svolge da seduti.  Ai tre si aggiunge anche un quasi esordiente Jack Nicholson, cosa che ha fatto rivalutare il film negli anni. Gli attori si divertono, ma l’impressione generale è che se la ridano più loro che noi spettatori soprattutto rivisto dopo sessant’anni.

Non uno dei migliori di Corman, diciamocelo; è più una carnevalata tra amici con una confezione molto al risparmio anche per i suoi standard, fondali dipinti compresi. Così a risparmio che le riprese terminarono tre giorni prima del previsto e Corman convinse Karloff a restare ancora assieme a Nicholson e ci confezionò La vergine di cera riciclando i set. Persino il mare è lo stesso! Non un capolavoro manco quello, ma almeno con più atmosfera.

Anche se vedere insieme Price, Lorre e Karloff è un piacere è molto meglio recuperarli nel quasi successivo Il clan del terrore (che fantasia i nostri titolisti, eh?) dove assieme all’atmosfera da commedia macabra c’è pure Basil Rathbone per un poker d’assi.

Consigliato agli aficinados nostalgici. Agli altri, come direbbe il Corvo…Mai più ora.

domenica 19 ottobre 2025

CARMENTALIA (2025)

 

Andrea Mungello (Eclissi Edizioni)

 


...I fuck with the fatesBecause it's so much funAnd I don't feel a thingCause I got so numb...

Una fontana d’ottone che zampilla sangue dal rubinetto in un cimitero dal vialetto curato; le tombe illuminate dalla luce morbida del tramonto. E’ bastata la copertina a farmi acquistare il libro a bara - pardon, scatola- chiusa. Carmentalia di Andrea Mungello, edito dalla Eclissi Edizioni.

Sette storie, sette vite e altrettante tessere di un mosaico che si sfiorano a tratti - come accade anche nella vita – fra i viali del cimitero di questa città, in un angolo quasi nascosto del campo santo, una piccola isoletta all’ombra della quercia dove c’è questa fontana la cui acqua ha una sorgente molto particolare…la Camena. Un’antica divinità romana ormai caduta nel dimenticatoio, vegeta fra fame e ricordi in un pozzo  umido assieme ai suoi figli parassiti, i quali possono risalire attraverso il tubo e ogni volta che qualcuno apre il rubinetto per berne o sciacquarsi, questi vermicelli si fanno strada nel cervello dell’ospite con un piccolo do ut des:un bagliore di gloria e creatività prima di divorati l’anima…

Marcio, disperazione, dolore, orrore, lampi di genio, frenesia venefica di creare: il nostro quotidiano, piccoli brandelli di cibo che compongono i sogni della Camena, ma anche una lucida e spietata fotografia dell’esistenza umana. Mugello è bravo a raccontare il nero delle vite troncate dai dolori e dalle tare –siamo fatti così, inutile negarlo - e usarlo come contrasto per dipingere i colori del cimitero con tutta la sua pace raccolta, fra cipressi, fiori e lapidi. Da amante dei luoghi ho molto apprezzato, sentendo lo scricchiolare della ghiaia sotto i piedi, il lezzo dei fiori e l’aroma della terra. Ho visto le vedove e i funerali anche se ero comodamente seduto in casa. Però non guarderò più le fontane allo stesso modo.

Ho partecipato al dolore cocente del fioraio omosessuale costretto all’esilio dai retrogradi, pensando che fosse il protagonista della storia (ancora convinto che fosse un romanzo), per ricevere il primo twist plot con la disperazione terminale di Davide e Caterina, lui con un piede già nella fossa a causa di un cancro. Poi sono rimasto ammutolito come il ragazzo voyeur dalla ballerina che si sfracella giù dal terrazzo; ho condiviso il lutto etilico del padre che perde la figlia – e che chiuderà il cerchio di storie in modo deliziosamente ambiguo – e ho adorato il timido chitarrista di Canta per me, dove Mugello attraverso la prima persona della Camena scrive l’episodio migliore del libro, che monta come un’intro dimessa di chitarra (come il protagonista) e si apre man mano che la narrazione va avanti. Ma sono di parte, ho vissuto il mondo del backstage in modo molto simile al batterista del racconto. Infine ho inalato l’egoismo presbite delle coppie che non funzionano, dove c’è sempre qualcuno di troppo, una Musa capricciosa di nome Arte…

Carmentalia è uno scrigno di vermetti che brulicano fra le pagine ora più aulici, ora più spediti, ma che raccontano tutti la stessa trama, tutte rifrazioni della stessa faccia. La Madre, la Camena. Sua maestà l’Ispirazione, la febbre che brucia come un lumino fra le tombe.

Consigliato.

I PECCATORI (2025)

    ...Got my mojo workin', but it just won't work on you I wanna love you so bad, I don't know what to do...   Ryan Coogler  ...