Zach Creggers
Sweet child in time
You'll see the line
The line that's drawn between
Good and bad
Cosa succede quando uno spunto alla Stephen King incontra un archetipo da fiaba nera e trova un regista capace di mescolare le due cose? La risposta è Weapons, l’horror estivo – e piacevole sorpresa - uscito nelle sale il 6 agosto di quest’anno.
Cittadina di provincia (leggi:culonia) in Pennsylvania. Alle 2:17 di notte, diciassette bambini di una classe si alzano dal letto e fuggono via nella notte, scomparendo misteriosamente. Tutti tranne Alex, più sfigatello e dimesso. Lui e la maestra della classe Justine (Julia Garner) vengono interrogati, ma senza indizio. La città è in crisi, la polizia brancola nel buio, Justine viene allontana dalla scuola, sospettata e additata come “Strega”( glielo scrivono pure sulla fiancata della macchina) e pedinata dal burbero e ostinato Archer Graff (Josh Brolin),padre di uno dei compagni di classe di Alex. Justine da par suo ammazza il tempo libero sbevazzando vodka tonic e flirtando con l’ex amante sposato, il poliziotto Paul e cercando di parlare col piccolo Alex a cui viene proibito di interagire. E in effetti c’è la quadra che non cosa nella faccenda…
Zach Creggers scrive e dirige un horror che punta sui personaggi e sulle loro dinamiche, dimostrando di aver capito la lezione di King sulla quotidianità del male, sugli intrecci dei personaggi e sul potere unico dell’infanzia. La storia è divisa in vari capitoli, uno per prospettiva di personaggio, come tessere del puzzle che permette di vederli tutti con i loro chiaroscuri: Justine è molto premurosa con gli alunni, ma la disgrazia la abbruttisce fra cocktail casalinghi e legami pericolosi, Archer è un Brolin granitico, il pater familias made di provincia made in USA, pronto a tornare al medioevo pur di avere delle risposte, in bilico fra ossessione e superstizione. Paul è un poliziotto mediocre, incastrato in un matrimonio con la figlia del capo della polizia e un conto in sospeso col tossico del paese James, una specie di Jay di Silent Bob fatto di crack e dedito a furtarelli. Il preside asiatico e gay Marcus amante del quieto vivere e la zia Gladys, che King avrebbe dipinto così bene, ma anche Cregger sa il fatto suo. Pochi jumpscare (Deo gratias) e una buona dose di truculenza con sangue che schizza e e corpi dilaniati quando serve; e in due ore di film, il ritmo non latita, anzi viene costruito un passo alla volta.
Sulla spiegazione del mistero qualcuno più bue (o più esigente) potrebbe storcere il naso, eppure funziona. Non tanto per la soluzione scelta, quanto per come viene portata in scena, fra sguardi, silenzi, segreti e routine che Creggers racconta per immagini che sembrano una perfetta trasposizione di certe pagine kinghiane. Ma – e qui chiedo scusa allo Zio Steve – mentre lui avrebbe annegato il finale nel caramello, Creggers azzecca una chiusura più agrodolce a là Matheson, sottolineata dalla frase finale. E di questo lo ringrazio.
Che fate ancora qui? Fate come i bimbi dell’incipit e correte a vederlo perché è CONSIGLIATISSIMO.

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