Ombre lunghe, quelle della sera.
Ombre elegiache, ombre di facce, facce di marinai che vengono da un posto dove la luna fa lo spogliarello e la notte ti scippa col coltello. Ho scomodato il Faber, ma ci voleva qualcuno che intonasse un Happy Birthday particolare in onore di tre arzilli gentlemen, che tìil 26 e il 27 maggio spengono le candeline. Anche se i miti non invecchiano mai, ma si rafforzano nel loro Olimpo Oscuro, auguriamo buon compleanno a Peter Cushing (113), Christopher Lee (104; ci manchi, Zio Chris) e – rullo di tamburi (e tibie) ben 115 per Vincent Price!
Non so voi, ma ho visto feste di compleanno peggiori.
Oggi vogliamo omaggiarli con un film particolare, una pellicola che li vede insieme per l’ultima volta in un poker di grandi facce; eh sì perché nel film c’è anche un’altra icona dell’horror: John Carradine. Doveva essere una scala reale, in quanto era stata contattata anche una Regina di Picche: Elsa Lanchester, La moglie di Frankenstein, ma l’attrice rispose…picche appunto, per motivi di salute. Ma non importa,ci accontentiamo di questo poker col morto che bara, e battuta a parte vediamo perché.
Mentre John Carradine è un caso a parte (non me ne vogliano i suoi fan), i tre compari Lee, Cushing e Price oltre a spartirsi i giorni dei rispettivi compleanni, hanno diviso anche i set qua e là, cementando un’amicizia durata fino alla fine. Lee e Cushing insieme hanno fatto ventidue film, a cominciare da quel set dove Cushing recitava e Lee aggirandosi sul set, prese una lancia e rimase immobile e silenzioso, improvvisandosi comparsa, e funzionò così bene che nessuno gli chiese niente. L’amicizia con Cushing cominciò poi ai tempi della Hammer,tanto da essere quasi gli Stanlio & Ollio dell’ho rror (o come direbbe Lee: “come uovo & prosciutto”). Ogni tanto mescolando le carte e incontrandosi con Price in altre produzioni, a volte protagonisti, a volte come guest stars.
La prima occasione di en plein doveva essere con il Club dei Mostri, ma Lee e Cushing col giusto fiuto schivarono l’offerta (e meno male; il film oltre che brutto è fuori tempo massimo), lasciando Price e Carradine a gestire la…ehm pellicola.
La Casa delle ombre lunghe nasce per una sorta di compromesso: all’alba degli anni Ottanta, il regista Pete Walker, artefice di certi horrorazzi urbani negli anni 70 parecchio duri (prima o poi dovrò parlare del suo La Casa del peccato mortale) non se la passa benissimo. Ha bisogno di un produttore e trova la Cannon dei cugini Golan e Globus che vuole allargarsi sul mercato inglese, ma di fare uno slasher non ci pensano proprio, così gli rifilano il romanzo Seven Keys to Baldpate di Earl Derr Biggers che ha già avuto diversi adattamenti per il cinema (quasi tutti inediti in Italia). Il che è come andare ad un concerto degli Slayer e chiedere di pestare meno sulla batteria. Però la scelta del testo diventa il motivo per cui i nostri Crosby, Stills, Nash & Young del Fantastico accettano. Dal canto suo, Walker può buttare nel mazzo la sua fidata dama nera: Sheila Keith, col suo volto algido e lo sguardo di gelido sadismo è stata protagonista dei suoi slasher. Alcuni ipotizzano che sostituisca tout court Elsa Lanchester, ma è probabile che Walker se la sarebbe comunque portata dietro. Basta guardarla: non proprio la vicina di casa che vorresti incontrare in ascensore.
«Frau Blucher, Keith»«Spiritoso.»(Iiiih!)
Le riprese cominciano con un intoppo: una mattina Peter Cushing nota uno strano gonfiore all’occhio e qualche giorno dopo viene trovato svenuto dalla domestica: la diagnosi non è per niente bella: tumore. Si trema ancora prima di girare, ma il destino è un regista più vigile e qualche mese dopo, miracolosamente tutto regredisce e il nostro è a bordo con i compari.
Uno scrittore (lo sciapo Desi Arnaz jr) scommette 20.000 dollari col suo editore di poter scrivere un romanzo horror in 24 ore; ha solo bisogno di un posto isolato e d’atmosfera. L’editore conosce un amico che ha un maniero disabitato nel Galles che è perfetto: ha pure il temporale fra i cliché. Sfida accettata, come si diceva su Faccialibro qualche anno fa.Giunto al maniero, lo scribacchino si mette al lavoro, ma nota che non c’è tanta polvere. Infatti, il posto è abitato dalla famiglia Grisbane, che quella notte si riunisce dopo anta anni per decidere se svelare o meno un oscuro segreto: il patriarca incartapecorito Lord Grisbane (John Carradine), la figlia Victoria (Sheila Keith), il fratello dandy Lionel Grisbane (Vincent Price) e quello sensibile, Sebastian (Peter Cushing). Per lo scrittore e gli altri ospiti le cose si complicano quando arriva anche il futuro proprietario del maniero, il rigido Corrigan (Christopher Lee). Sarà una notte lunga, e anziché tirare l’alba con una partitella a carte, si gioca a chi tira le cuoia prima…
«L’assassina è Miss Scarlett!» «Chris, stiamo giocando al trucco della cadrega, non a Cluedo.
Bastano loro, i quattro maturi gentiluomini a papparsi l’insipido protagonista con la loro presenza. Ogni apparizione/presentazione, specie all’inizio è come una carta svelata da un prestigiatore, che ti fa sorridere e pensare: “Chissà chi è il prossimo…” Ed è bello vederli interagire fra loro, sapendo quanto la triade Lee-Cushing-Price fossero davvero amici nella vita privata.
Che poi il film in séè un dolcetto innocuo rivolto agli aficionados, ai cultori della Hammer, di Corman con ingredienti a base di corridoi, passaggi segreti, misteri. E ora diciamocela tutta:il gioco di scatole cinesi, coi finali multipli trasforma questo thriller-horror in commedia e spiazza: ma come, volevo un fare un giro con i miei beniamini e mi ritrovo Pirandello? Vabbè non importa, basta un Vincent Price travestito da barista nell’ultima inquadratura per essere indulgente; loro possono permetterselo. La Cannon però non la pensava allo stesso modo e tagliò delle scene, ma non ne ricavò chissà che in termini di resa. Forse non aveva le idee chiare o le aveva fin troppo.Alla sua uscita fu un flop, il pubblico era troppo smaliziato per un prodotto simile e Pete Walker fu accusato di essersi svenduto, ma ad oggi possiamo essere indulgenti. L’unico ad essere indulgente fu Cushing, gli altri arricciarono in naso. La vera chiave di lettura è la nostalgia: quattro divi un’ultima volta insieme in una storia classica, di quelle che loro stessi ascoltavano da bambini e che poi hanno interpretato nella loro carriera, diventandone le icone.
The League of The Extraordinary Gentlemen, ben prima di Alan Moore.
Nonostante l’età più che matura, i nostri continueranno a lavorare indefessi: John Carradine morirà a Milano nel 1988, Vincent Price diventerà il nume di Tim Burton e si spegnerà nel 1993, Cushing si ricongiungerà all’amata Helen nel 1994, in tempo per il revival Hammer, mentre Christopher Lee ci regalerà ancora trent’anni di onorata ed eclettica carriera, prima di raggiungere gli altri fellows nel 2015. Perciò ben venga quest’ultimo brindisi tra commilitoni, il loro personale valzer delle candele, e sono proprio loro,le fiammelle che gettano ombre sui muri del maniero. Ombre Lunghe, che questi Quattro Titani proiettano ancora oggi sui nostri schermi. Tanti auguri, bad guys!

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