Bentornati al museo delle cere! Un sottotitolo alternativo a questo sequel che sa di minaccia e promessa assieme, che è uno po’ il problema di chi si porta un “2” appresso nel titolo, specie se sei un film horror. Ci sarebbe voluto lo sberleffo della saga di Scream 2 per prendersi una rivincita, ma chi come me, per anagrafe ha vissuto l’infanzia negli anni Ottanta, il primo sequel di qualche film era sempre “2! - La Vendetta!”. Così, di default. Che spesso significava ciofeca o film-inferiore-al-primo. Intendiamoci, non è sempre così, soprattutto a distanza di anta anni certi N°2 li puoi rivalutare (Ammazzavampiri 2, Nightmare 2), altri invece grazie ma no grazie, troppo trash persino per i tombaroli del genere
Insomma, se sei un horror con una buona idea, hai un minimo di successo commerciale o streaming, un bel “2”a stretto giro non te lo leva nessuno. Un po’ come quando i tuoi ti chiedevano se volessi un fratellino o una sorellina. Ecco, il feeling è quello.
Se poi sei fortunato, sulla sedia del regista si siede proprio il regista che ti ha fatto nascere, ti ha scritto e diretto: proprio come ha fatto Tony Hickox con le sue (e mie) cere preferite. Ha preso il suo secondogenito e lo ha reso il figlio bohemien, quello che pur partendo dalla stessa pianta, segue delle regole sue.
A partire dalla citazione di Attraverso lo specchio, di Lewis Caroll che apre il film, è già la dichiarazione di intenti e il perno su cui sarà impostato il film: proprio come il seguito di Alice nel paese delle meraviglie, pure questo numero 2…dà i numeri.
E sì, perché questo Waxworks II – Lost in Time (vero sottotitolo e molto più calzante) parte proprio dalla fine del primo capitolo: il museo in fiamme, Mark e Sarah che si allontanano affumicati ma salvi. Senonché fra i resti ardenti spunta la mano mozzata dello zombi che “manetta” via…E Stacco, istante dopo: Mark (Sempre Zach Galligan) e Sarah ora col viso e l’altezza di Monika Schnarre. Hickox e la Foreman non fanno più coppia per cui, la sostituzione è obbligata, ma non brillante. La Sarah della Foreman sapeva passare da verginale ad infernale in poche espressioni, oltre che ad essere scritta meglio (almeno per i canoni degli horror anni ’80).La Schnarre bel corpo e tutto, eh ma più adatta ad un calendario di Max. Tanto per dire quanto è piatta.
Comunque, i nostri eroi prendono un taxi, ignari che la mano li segue, e una volta scaricata Sarah a casa, l’allegro arto strangolerà il patrigno della ragazza, prima di finire neutralizzata da un trita rifiuti, ma non prima di aver lottato con tutte le sue forze in una sequenza talmente slapstick da essere quasi un cartone horror!
«Ti ho detto che socosa mettono sulle patatine in Olanda al posto del ketchup!»
Piccolo problema: Sarah viene accusata dell’omicidio del patrigno e non può dimostrare la propria innocenza proprio perché ha distrutto le prove…Per cui pagata la cauzione, Mark la trascina a casa di sir Wilfred, il che offre il destro ad un cameo di Patric Macnee e l’occasione di ribadire il tono del sequel: citazioni a manetta. Infatti, la collezione di oggetti di Sir Wilfred è un continuo strizzare l’occhio ai fan più scafati o cresciuti a pane e Fangoria, a partire da una certa maschera da hockey sporca di sangue…
Il rimedio è una bussola che permette di viaggiare in altre realtà spazio-temporali che hanno la funzione dei tableux del vecchio museo: un pretesto per sfoggiare camei di lusso e dispensare omaggi al genere in salsa ancora più grottesca.
Mark e Sarah si ritrovano prima alle prese col Barone Frankenstein e gentil mostro e l’immancabile Igor che sembra Keith Moon dopo una sbronza. Forse perché il Barone è Martin Kemp degli Spandau Ballet?
Comunque, le cose migliorano nel doppio secondo episodio: Mark in bianco in neronel quasi plagio di Gli Invasati in compagnia di un verso esperto di case stregate: Bruce Campbell, nei panni di nonno Loftmore. IL pezzo più riuscito, dove si vede davvero il divertimento e la filosofia caciara alla base di questo lavoro. Comealice, Mark vaga, si specchia e trova nuove bizzarrie. Hickox sei un genio!
«Grazie. Dammi un po’ di zucch… ah no ho sbagliato Casa!»
Mentre Sarah passa da una parrucca all’altra nello spazio profondo in tuta e posa maschiaccia che è…dai, è facile! Sì, proprio Alien, con la messa in scena sembra quello di Ciro Ippolito però, visto lo…Seppiomorfo si può dire? (lascio l’Iban se serve), guardare per credere cosa può fare la fantasia per aggirare il copyright sulle creature di Giger. E si chiude tutto col fantasy più naif che anni ’90 (ma il trucco della trasformazione da donna in pantera merita ancora oggi) con una particina per Hickcox stesso come cavaliere del Re (e della tavola rotonda) il cattivone per eccellenza Alexander Godunov (che aveva rifiutato il ruolo di Dracula nel primo capitolo!), che duellerà con Mark attraverso le dimensioni per un ultimo zapping cinefilo e camei lampo, da Mr. Hyde a Drew Barrymore come vittima di un Nosferatu che sembra Zio Fester. Anche se la menzione d’onore è la comparsata di David Carradine.
«Non ho mai fatto il bravo…ehi ma tu non sei Uma!»
Mark e Sarah come Alice, con tanto di scacchiera con i personaggi del romanzo a fare da chiave d’accesso al ripostiglio di Wilfred, in uno specchio allucinato e sanza logica se non l’accumulo di trovate che fanno sorridere la prima volta, meno la seconda. Hickox spinge a tavoletta sul versante commedia grottesca – a volte fine a sé stessa – perdendo quell’equilibrio che già gli era riuscito nel primo film. Mi ricordo una visione fugace nei beati anni ’90, ma non mi aveva convinto.
Ora che ho la bussola del cinema, posso essere più indulgente: più che una Madeleine lasciata in frigo è una merendina al nuovo gusto di caramello salato, ricoperta di cioccolato. Per molti, ma non per tutti.

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