Ethan Cohen
Once upon a time i fratelli Cohen, per gli amici “il mostro a due teste”. Dopo trentaquattro anni di onorata carriera i due fratelli del Minnesota stanchi del ménage registico, sono andati “fuori sincrono”. Si vedono, si parlano, abbozzano idee, ma poi ognuno va per il film proprio. Fuori fase, una fase passeggera. Chissà.
Intanto Ethan assieme alla moglie Tisha Cooke concepisce una “trilogia di film lesbici di serie B” inaugurata da Drive Away Dolls e con protagonista Margaret Qualley, che da quando ha nudeggiato in The Substance non riesco più a guardare con gli stessi occhi. Ma forse l’intenzione di Ethan è proprio questa, usare la Qualley nella forma più eclettica possibile, una e trina. Tarantino le faceva fare l’hippie dai piedi sporchi e premuti sul parabrezza dell’auto di Brad Pitt per il suo diletto fetish? Ethan la rende la protagonista assoluta con la stessa leggerezza. La Corgeat l’ha proiettata e denudata come alter ego horror di Demi Moore, come un’Incantevole Creamy horror? Ethan le fa lesbicare senza tanti fronzoli, ma in tanti posti diversi. Ethan dacci oggi la nostra Qualley quotidiana.
Honey Don’t è il secondo film della serie, nonché la targa dell’auto della protagonista Honey Donahue (Miss Q.) detective privata e lesbica che si trova a indagare su un incidente d’auto nella solita sonnacchiosa cittadina di provincia. La vittima è una donna che le aveva chiesto un appuntamento, ma che non ha fatto in tempo ad incontrare proprio per l’incidente. Ma è stato davvero tale? Fra poliziotti indolenti, nipoti che scompaiono, un’archivista della polizia con cui finire a letto e una setta guidata da un pastore di destra e paravento per spaccio la nostra scoprirà alcune verità, non proprio belle…
Al secondo film da solista Ethan sceneggia dirige e produce in compagnia della moglie come nel primo Drive Away Dolls ma con un tiro diverso rispetto al precedente. Mentre l’altro era un road movie sciocchino con un pizzico di noir da Cohen e qualche cameo de luxe, qui i due sembrano puntare più su un pulp da provincia, come i libretti da pochi spiccioli e una copertina simile alla locandina del film: pupe, detective, crimini e pistole e sesso, of course. La Qualley si muove con grazia, in un ruolo che probabilmente è l’evoluzione del film precedente e Aubrey Plaza le fa da contraltare, la dose di noir è ancora accennata, infatti mancano il caos e il caso a cui i fratelli ci hanno abituati. Ecco la sensazione generale è proprio questa: che manchi un ingrediente, una cattiverie di più, uno schiaffone che faccia volare le carte del destino.
O forse l’intenzione è proprio quella, un proto pulp senza troppi pensieri e tanta Qualley.
E ora vai col numero tre.
Solo per chi vuole ottanta minuti di leggerezza tascabile.

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