martedì 6 gennaio 2026

IT - WELCOME TO DERRY (2025)

 


 

       ...The bigger my toothy grin is
         The smaller my troubles grow
         The louder I say, "I'm happy"
         The more I believe it's so...

 

Andy Muschietti, Andrew Bernstein e altri.

 

Benvenuti a Derry, la cittadina (immaginaria) del Maine, pennellata da Stephen King nel suo libro-Mammoth IT, ma abitata da Andy Muschietti, già regista del dittico omonimo del 2016 (nonché produttore esecutivo di Locke & Key, serie basata sui libri di Joe Hill ovvero il secondogenito dello Zio Steve) e da Bill Skarsgård, il malefico Pennywise del film summenzionato per dire che la mela non cade troppo lontano dall’albero. O il palloncino non troppo lontano dal clown, se preferite.

La pagina kinghiana è un vero libro fiume, pieno di eventi; un romanzo soverchiante (in tutti i sensi), una storia che compone un mosaico sul male, la paura, l’infanzia, la forza della memoria, ma soprattutto Derry stessa, una cittadina che è l’emanazione stessa di It e con la quale la creatura è un tutt’uno. Un luogo controllato dall’entità , dove ogni ventisette anni si apre un ciclo di tragedie sulle vite degli abitanti e che coincide con il risveglio di It per sfamarsi e i primi a farne le spese sono i bambini divorati dal clown.

Ed è da qua che partono Muschietti e il suo compare di merende – letteralmente – Pennywise/ Skarsgård: raccontare il ciclo precedente al dittico, il 1962 (più vicino al romanzo originale, dato che i film  spostavano l’ambientazione al 1988 e al 2015), recuperando le parti lasciate fuori dalle trasposizioni, e sì, se ve lo state chiedendo l’incendio di Punto Nero è una di queste, per quanto mi sarebbe piaciuta anche una puntata sull’incidente delle ferriere durante la caccia al tesoro pasquale (ma  che viene citata nei titoli di testa). E però i nostri non si limitano a fare una sorta operazione aurorale à là Better Call Saul che sfiora i binari di Breaking Bad, bensì esplorano l’universo di King in maniera simile alla serie  Caste Rock, espandendo le possibilità e usando i personaggi di altri racconti come pedine funzionali alla trama. E quindi abbiamo un Dick Halloran ben prima di Shining che con la sua luccicanza è funzionale a trovare IT, un’America dell’era Kennedy che non è una citazione di 22/11/63, semplicemente era il presidente di quel periodo, ma è rimasta una ferita mai sanata davvero per la coscienza USA, una sorta di età dell’innocenza mai più ritrovata. E’ il contrasto che si rispecchia anche nella sigla, fra immagini di una Derry da etichetta dei biscotti, specchio di un’America troppo finta che nasconde molti angoli bui nelle sue pieghe e le vocette di Patience & Prudence che cantano l’azzeccatissima A Ribbon in my hair, che fa l’effetto di una lametta sotto la glassa di una ciambella, proprio come Dominique diventava la nenia da manicomio nella seconda stagione di American Horror Story (guarda caso ambienta nel ’64 post Kennedy).

Le prime due puntate sono dirette da Muschetti e non solo sono le più splatter per i canoni televisivi, ma anche quelle che più ti conducono nel marcio di Derry e che ti presenta i Perdenti di allora…salvo che non è vero. Il primo schiaffone è servito e le apparizioni di Pennywise vengono centellinate fino alla quarta puntata. Ma va bene così perché è la città stessa ad essere la protagonista, un America di provincia dove la divisione razziale è molto sentita, dove lo spettro della guerra fredda è molto presente quasi quanto IT. Il vero gruppo di perdenti che saranno i protagonisti è un insieme improbabile di ragazzini pieni di tare e complessi, dei veri disadattati come chiunque è stato almeno una volta nella propria vita o nella pre adolescenza. Una compagnia in cui i più forti nelle loro fragilità sono quelli femminili, e che funziona, almeno nello spirito di King, anche se devono dividere la scena con l’altro lato (debole) della storia: i “soliti” militari interessati allo sfruttamento bellico capitanati da un James Remar sempre efficace ma con ancora inserita la modalità del codice di Harry in Dexter. Una porzione che stona col resto della trama e che fa calare il ritmo anche se per fortuna non va troppo in vacca. Meglio quando la storia  segue i binari kinghiani, che poi è quello che il pubblico si aspetta, rispondendo anche ad una domanda che lo stesso Zio Steve aveva lasciato al lettore: chi è Bob Gray, il pagliaccio ballerino? E qui va dato il merito a Bill Skarsgård di avere dato nuove sfumature al personaggio, dimostrando ancora una volta l’agio e l’abilità nel calarsi in ruoli sempre più freak.

Non tutti gli otto palloncini di episodi sono riusciti, ma la media è più alto rispetto alle altre proposte dello scorso autunno e siccome il finale fa l’occhiolino al dittico, è ovvio che una seconda stagione arriverà. Che sia un bene o un male (come Derry), lo scopriremo.

Consigliata

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