James Vanderbilt
I'm waiting in my cold cell when the bell begins to chimeReflecting on my past life and it doesn't have much time
Primo dell’anno: buio in sala, seduto compito come uno dei ventidue imputati, ho inaugurato il 2026 con questo Norimberga, che già dal nome fa intuire l’argomento.
Maggio 1945: il giorno prima della resa della Germania nazista agli Alleati, il numero due del Reich, Hermann Göring (Russell Crowe) viene catturato dagli americani. A Washington gli americani stappano le bottiglie e il giudice Robert Jackson (Michael Shannon) valuta la possibilità di istituire un tribunale internazione per processare i leader nazisti sopravvissuti. Ma c’è un problema: si può fare? Non è mai successo nella storia- e non è del tutto certo che ci sia una base giuridica - ma quando i cavilli vengono superati e gli appoggi ottenuti – giusto un ricatto a Pio XII, un’inezia – e vengono nominati i procuratori per ciascuno degli delle parti Alleate, lo psichiatra americano Douglas Kelley (Rami Malek) viene incaricato di fare una perizia sugli imputati e lentamente inizia a subire il fascino e il carisma di Göring, nonostante segretamente valuti di scrivere un libro rivelatore sull’argomento. Intanto viene fissato il luogo dove si terrà il processo: Norimberga…
Tratto dal romanzo Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai, non è un film sul fascino del Male, bensì sul fascino della personalità. Il vero Göring era un personaggio di una statura (non solo fisica) non indifferente: narcisista, vizioso, eccentrico (amava ricevere gli ospiti vestito da imperatore romano, aveva una tigre bianca domestica e quando la prima moglie Carin è morta ha fatto costruire una villa in suo onore battezzandola Carinhall, dove vi si rifugiava spesso e volentieri a perdersi nei suoi vizi) quanto basta per avere un distacco dalla realtà. Crowe non ha lo sguardo gelido del vero Maresciallo, ma ci mette la sua stazza, lo studio dei veri filmati di Norimberga per assumere le giuste posture, e gioca su un’interpretazione più sorniona stile “gatto e topo” . Un Maresciallo sfatto che usa i suoi ultimi trucchi per incantare dove può e come può e infatti lo psichiatra abbocca convinto di capirlo e di essere più furbo. Un’ulteriore dimostrazione che Crowe ormai può fare quello che vuole e che gli piace di più fregandosene del fisico. Lo preferisco così oppure nei con la tonaca da esorcista e Vespa a spasso per le strade di Roma che non sotto la corazza da gladiatore. Malek era un po’ che non si vedeva in un ruolo di primo piano e dimostra una certa maturità e di essere - per fortuna - lontano dal baffo di Freddie Mercury. Il cast è un’infornata di altri volti illustri, da Michael Shannon, il tipo di attore che vedi spesso ma non ricordi il nome, idem per Richard E. Grant nei panni del procuratore britannico che per tutto ilo film corregge il caffè col brandy ma che inchioderà il Maresciallo, passando per Colin Hanks ormai post gavetta fino a Giuseppe Cederna per la quota italiana come Pio XII contrito e sfuggente come il ruolo richiede. Se nella durata abbondante di due ore e mezza il film regge bene nella preparazione al processo e sul rapporto fra Göring e Kelley, diventa più frettoloso nella parte processuale non prima però di gambizzarti l’umore con la proiezione dei veri filmati dei campi di sterminio che è quasi insostenibile. Eppure è da questo processo che si sono poste le basi per i tribunali internazionali per i crimini di guerra, dove la questione morale è se si può avere il diritto di giudicare in quanto vincitori oppure se è proprio lo status di criminale di guerra. Si parla del passato per raccontare il presente, dove nuovi venti di malumore soffiano sotto bandiere che non hanno svastiche bensì tinte arancioni cotonate, ma non per questo sono più rassicuranti…
Very much consigliato.

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