...every night at the tolling of the last bell silent coming languid graceful to a trance...
Camillo Mastrocinque
«Nooo, Mastrocinque ha fatto un horror?!»
Anni Zero di questo secolo: chiacchiere da bar in centro, conversazioni post aperitivo (ma pre-serata) fra me e il deejay così appassionato di cinema da sottoporre il suo compagno ad una full immersion di Bertolucci. Insomma, si sparavano nomi del cinema italiano come si fa con gli spiccioli in tasca. Finché non gli abbino Camillo Mastrocinque, il regista dei film di Totò all’horror: un po’ come proporre il burro d’arachidi con bacon e marmellata di fragole. Bizzarro, ma non inconciliabile.
Ebbene sì, verso la fine della sua carriera (e vita) anche il buon Camillo ha fatto la sua incursione fra le cripte e i castelli in bianco e nero del Gotico Italiano con due pellicole di pregio: La Cripta e L’incubo e Un angelo per Satana. Pochi, ma buoni.
A castello Karnstein, il conte Ludwig (Christopher Lee, strombazzato come protagonista ma in realtà più defilato) è un pelino preoccupato per la figlia Laura (Adriana Ambesi) che ha un problema adolescenziale: ogni volta che ha un incubo qualcuno muore. Quale può essere la causa? Una sciocchezza, giusto essere la reincarnazione dell’ava Sheena Karnstein, simpatica ragazza con l’hobby della stregoneria e perciò mandata a morte, non prima di aver lanciato gli anatremi (cit.Drive In) di rito ai suoi aguzzini. Papà Lee decide perciò di convocare al maniero lo studioso belloccio Klauss affinché scartabelli un po’ fra vecchie pergamene e ritratti perduti per scongiurare i sospetti. Intanto al castello arriva un’ospite: un’affascinante biondina di nome Ljuba che instaura un bel rapporto con Laura…Chi sarà mai?
Mastrocinque adatta Carmilla di Le Fanu, la vampira dall’anagramma disinvolto e dimostra che anche una trasposizione altrettanto libera faccia bene allo spirito vampiresco. Infatti, il film di Mastrocinque è una prime “migrazioni” di Carmilla dalla pagina allo schermo, in un trittico ideale, tre volti e tre versioni della stessa leggenda: dopo il folklore onirico de Il vampiro di Dreyer e i languori patinati di Vadim ne Il Sangue e la Rosa, approdiamo alla nostra versione tutta italica fatta di un bianco e nero più pastoso e solare del solito, l’atmosfera fatta di fruscii del vento fra gli alberi,capace di far rintoccare le campana di un villaggio abbandonato - ma se non c’è il vento, chi la suona? Senza fare spoiler la scoperta è una delle scene più belle del film; Margheriti la rifarà quasi pari sei anni dopo nel suo western horror E Dio disse a Caino…e nulla mi toglie l’idea che l’abbia presa da qui -, il castello di Balsorano ormai abbonato a location del Gotico (e alle derive tette & sangue dei primi anni Settanta) nonché la presenza di Lee a fare cassetta in un ruolo più positivo del solito, anche se con qualche ambiguità (o stronzaggine aristocratica) nel personaggio, fate voi. Nel’64 il genere è allo zenith e forse già all’inizio della sua discesa. Gli ingredienti di base ci sono tutti: ragazze inquiete, cripte, carrozze più alcuni rituali stregoneschi che ricordano rimedi contro il malocchi tipici del Sud, ma il regista dirige con mano ferma, anche se all’esordio nel genere; dopotutto lavorare con Totò fa curriculum . L’Ambesi non è Barbara Steele, ma si avvicina a Daliha Lavi, con la chioma corvina d’obbligo e un’espressività inquieta da lemure che dona a Laura un nervosismo ambiguo, mentre il coté lesbico con Ljuba è del tipo:esplicito per l’epoca ma innocuo oggi. In ogni caso è un morbosetto bilanciato, in anticipo tutta le Carmille saffiche e dal gusto hippie che verranno dallo scoccare del 1970 in poi, perché Carmilla cambia nome, ma non i gusti.
Per Aficionados del Gotico e per chi vorrebbe diventarlo. E ovviamente per chi, come me, mette Christopher Lee anche nell’insalata.

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