Lucio Fulci
Ballo, ballo, ballo da capogiroBallo, ballo, ballo senza respiroBallo, ballo, ballo m'invento un passoChe fa così, fa così (fa così)Pazza, pazza, pazza su una terrazza
Lo scorso 13 marzo di trent’anni fa Lucio Fulci attraversava le porte del silenzio, proprio alla vigilia del suo ritorno dietro la macchina da presa per il remake de La maschera di cera, sotto la produzione di DarioArgento col quale si era riconciliato da poco. Il film poi lo fece Sergio Stivaletti, mentre Darione Nostro omaggerà Lucio nella morte di Max Von Sydow nel suo Nonhosonno.
Fulci, dunque.
Un regista/terrorista di generi su cui hanno già parlato altri molto più preparati di me, per cui per non fare incazzare il vecchio bucaniere che ci guarda da …L’Aldilà!(scusate, non ho resistito) con fasulle lacrime di coccodrillo o lodi trite e ritrite, oggi parliamo di Murderock – Uccide a passo di danza perché…mi sono trovato il DVD in bella mostra in un negozietto di dischi di provincia con un prezzo da pizza da asporto, proprio lo scorso 14 marzo durante un weekend fuori porta. Coincidenza? Oppure Lucio, che col suo savoir-faire romanesco proprio da…ehm, lassù, ha mandato un segnale del tipo: “tiè, pijatelo, và!”
Troppa grazia, non sum dignus. Quindi annamo, và!
New York: anni Ottanta a base di scaldamuscoli, aerobica, capelli cotonati e facce pulite da spot Burghy. Candice (Olga Karlatos) è un’ex ballerina dalla carriera spezzata a causa di un pirata della strada e che adesso dirige una scuola di danza. Ma in vista di una selezione importante le sue ballerine cominciano a morire, trafitte al cuore da uno spillone. Inoltre, Candice ha incubi in cui l’assassino la insegue per ucciderla. In pratica Flashdance incontra il thriller italiano, anche se certe coreografie danzerecce fanno pensare di essere a Domenica In.
Fulci lo liquidava come un telefilm all’americana e basta. Lo girò poco prima della malattia che lo allontanò dai set per due anni. Ed in effetti è invecchiato maluccio, forse perché era già vecchio allora (siamo nell’84).
Non che sia girato male, ma è una polaroid di un periodo che stava già finendo. Certi tipi di thriller erano ormai inflazionati e il cinema italiano stava cambiando, traghettato verso il format Biscione di Silvio. Ci sono tante belle tette e culi, la Karlatos che si spoglia con gusto, Ray Lovelock monocorde e a cui manca giusto un bicchiere di Punt e Mes come nei thriller di dieci anni prima, Claudio Cassinelli che appare e scompare a casaccio, e un detective baffuto che indaga sgranocchiando continuamente arachidi, con tanto di bocca aperta e bolo intravisto. E dire che siamo cresciuti pure a sbirri che sbafavano hotdog o altro, però dài…
La sceneggiatura è un ibrido di quanto detto prima con gli incubi scopiazzati da Laura Mars, che alterna coreografie sbriluccicanti a omicidi anemici (ma pieni di tette) e un paio di esterni newyorkesi e alcune buchi di sceneggiatura il cui messaggio è più o meno, uno show must go on .. alla Drive In però.
Fulci ne prende atto; è il primo a non crederci e capire che il genere sta morendo anche senza spilloni nel cuore e ne approfitta per passare oltre, col solito cameo. Non di un medico ma un produttore che telefona alla Karlatos per cassare un lavoro per Lovelock. “Sai com’è siamo puritani noi…”
Ah, le musiche di Keith Emerson sono comprese nel prezzo, ma dimenticabili.
Giudizio: un Big Babol che vi rimasto in tasca da chissà quando. Per quanti conservanti abbia, masticatelo a vostro rischio. Certi anni ’80 hanno erano già poco fragolosi allora.
Però Fulci è stato anche questo e noi lo ricordiamo così.
Ciao, Lucio.

Nessun commento:
Posta un commento