Corin Hardy
Un oggettino onesto ‘sto fischietto azteco. Lo so, da Final Destination (ma anche prima) ci sono stati altri anta film sul tema, ma al terzo film (non ho visto gli altri due e The Nun non è che mi ispiri più di tanto) Hardy assolve il compito con la tranquillità dei mestieranti che sanno cosa offrirti:un’ora e quaranta di film su un soggetto semplice senza verità cervellotiche, al massimo la voglia di saperne di più sul fischietto (si discute se il manufatto servisse a stordire le vittime sacrificali o se davvero si credeva che potesse evocare spiriti. Spoiler: non fatelo a casa, non si sa mai…), e poi i tipici liceali in modalità morti male, a partire dal bulletto nero che finisce trifolato come se fosse passato sotto una mietitrebbia, la sua tipa (bionda bonazza, ovvio) che finisce braccata in un labirinto a tema durante una festa mascherata, in quella che è probabilmente la sequenza più riuscita del film, l’asiatico, la protagonista complessata dalle inclinazioni saffiche (ricambiate) per altra ragazzadella cumpa (Sophie Nèlisse, buongustaia!), più un giovane pastore/spacciatore.
Le locations fanno pensare a qualche posto industrial-deprimente in America, ma sono contro figurate da Toronto e dintorni. Ah, nel prezzo è incluso anche il professore tabagista che fa una brutta fine, interpretato dal buon Nick Frost, che quando si vede in versione cancerogena fa il suo bell’effetto.
Può sembrare risaputo ai più scafati, forse breve come un fischio che si sgonfia, ma l’onestà degli intenti paga. Ho vissuto novanta minuti spesi peggio, tipo l’ultimo Lavoreremo da Grandi.
Per cui, un 7 politico glielo si dà.

Nessun commento:
Posta un commento