Vince Gilligan
...And they'll make themselves one
In that Albuquerque sun
And we'll drink each other in
In that Albuquerque sun...
Oggi la prenderò larga e partirò dal personale, con una breve storia etilica.
Leggenda narra che il primo che apre una bottiglia di gin Monkey 47 si tiene l’anello infilato nel tappo. All’anulare destro ne porto ben due e per anni ho scherzato dicendo che ero sposato col gin…finché un giorno non mi sono ritrovato un anello rosa champagne infilato nell’anulare sinistro. Ma mentre il sinistro porta incisa una data e una frase da non dimenticare, il destro ha inciso un motto latino: Ex unum pluribus. Di molti, uno.
Il Monkey 47 si fa un complimento (avvertenza: non mi pagano per fare sponsor, però se vogliono inviarmi una bottiglia è sempre gradita, non c’è due senza tre e l’anulare ringrazia), ma il motto era il simbolo degli Stati Uniti, prima di correre sotto l’ombrello di In God We Trust per dispetto e timore dell’orso sovietico.
Chissà se Vince Gilligan portava anche lui qualche anellino, quando ha partorito la sua nuova serie Pluribus, oppure non ne ha avuto bisogno; dopotutto è uno stato una delle punte creative di X-Files prima eleggere Albuquerque ombelico del (suo) mondo da dovedarci lezioni di chimica con Breaking Bad e di sceneggiatura con la sua costola Better Call Saul, da dove ha estratto come un prestigiatore l’ottimo personaggio di Kim Wexler fatta a forma di Rhea Seehorn che troviamo come protagonista in questa produzione targata Gilligan.
Dallo spazio arriva un segnale che viene captato da un osservatorio astronomico, decrittato e trasformato in un virus che col solito incidente di laboratorio infetta tutta l’umanità. Le persone colpite cadono in una sorta di trance epilettica per risvegliarsi poi come parte di un’unica coscienza collettiva senza emozioni negative, e con una condiscendenza tanto zen quanto urticante. In pratica, come parlare con un’AI che ti dà sempre ragione.
Solo tredici persone in tutto il pianeta sono immuni a questo cambiamento, tra cui Carol Sturka (Rhea Seehon), scrittrice di romanzi romance/fantasy che si ritrova ad essere quasi l’ultima donna scazzata sulla terra a vedersela con l’invasione degli ultra-gentili. Carol - una di molti - dovrà cercare un modo per riportare l’umanità indietro, rivendicando il suo diritto all’infelicità, allo scazzo e tutte le altre emozioni…
Questa prima stagione lavora sulla sottrazione: molte domande (non solo di sceneggiatura, ma anche degli spettatori), poche risposte e diversi piccoli plot twist che ti lasciano stranito (vedi il rapporto tra Carol e gli altri immuni), ritmo dilatato in onore del principio show, don’t tell che ricorda da molto vicino certe puntate silenti di Better Caul Saul, dove i personaggi fanno cose che raccontano i loro stati d’animo più di mille parole. Espressioni assenti, sguardi corrucciati e il silenzio assolato di Albuquerque. Tiktoker mono-neuroni, astenetevi; sbuffereste dopo pochi secondi al ritmo di “ma non succede nienteee”. A tutti gli altri, buona visione.
Rhea Seehorn è la nuova eroina di Gilligan, un’evoluzione di Kim Wexler, che da coscienza di Saul, diventa un personaggio ancora più sfaccettato. Carol è lesbica, ma è sola e piccata perché ha perso la sua compagna Helen durante l’epidemia. Sbevazza allegramente o anche per non pensare (non ho controllato se ha anelli pure lei), soffre è delusa, non capisce questa coscienza che vorrebbe inglobarla. A farle compagnia troverà Manousos Oviedo, un paraguayano che non spiccica una parola di inglese (ma lo impara su audiocassette in uno degli episodi migliori della serie, quelli quasi muti, e qui vedi come si scrive una sceneggiatura), integerrimo, diffidente, ancora più determinato di Carol nel voler riportare il mondo indietro.
La stessa sigla minimal è un’altra cifra stilistica del marchio Gilligan: un vocalizzo femminile a cui se ne sovrappongono altri a creare un’armonia cacofonica; tanti ma uno solo. Di tante, una delle migliori serie dell’anno.
Cosa ci serve, Vince? La stagione 2.
Aspettiamo la prossima

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