Jason Bateman a VV.
...With some who say I've lost my mind Brother try and hope to find...
Benvenuti al Black Rabbit, su Netflix da metà settembre, miniserie di 8 puntate. Un ristorante cool a partire dal fatto di avere il ponte di Brooklyn compreso nel prezzo e se poi il titolare ha la faccia e il ciuffetto di Jude Law…allora vale la pena spendere cinquanta dollari per un hamburger e gustarsi questa miniserie stilosa nelle intenzioni e farcita di generi, ma con un gusto come tante altre: dramma, adrenalina, conflitti e gigioneria.
Jake Friedken (Jude Law) è il titolare del locale VIP omonimo ed è in procinto di allargare il suo giro di affari spostandosi verso il centro di Manhattan. Sennonché, puntuale come la sfiga che ci vede benissimo, nella sua vita ricompare suo fratello Vince (Jason Bateman), la pecora nera della famiglia, gran barman ma con tutti i vizi del caso e qualcuno di più, a partire da quello del gioco. Jake si ritroverà a dover gestire i casini del fratello, scisso tra l’affetto fraterno e la costernazione di volersene liberare, anche perché, come tutti gli scapestrati, Vincent fa debiti con alcuni soggetti che oltre ad avercela con lui, hanno legami con la sua famiglia e che sarebbe meglio non attorcigliare ancora di più…
Da ex carcerato della ristorazione come i due fratelli, non ho potuto che simpatizzare per questa miniserie. La serie ti incastra già nella prima puntata, presentandoti la storia in media res, per poi riavvolgere il nastro e raccontarti i fatti dall’inizio. E quello che all’inizio ti sembrava qualcosa di forte, col passare delle puntate diventa purtroppo una storia prevedibile su due fratelli, uno buono e l’altro inquieto; qualcosa che è già visto, diciamo da Caino e Abele fin giù a Bloodline, che raccontava suppergiù la stessa trama, con le Keys della Florida al posto di Brooklyn e Sissy Spacek nel cast.
Non fraintendetemi, Black Rabbit non è brutta; è cupo, con una buona tensione, e i pezzi del mosaico si ricompongono anche abbastanza bene. L’ambientazione nel green di Manhattan dà la giusta dose di malinconia, e ha in Jude Law un’ottima prova come fratello “buono” (magari un po’ tamarro), sanguigno eppure controllato, che dà il meglio nelle scene in notturna, e la chimica con Bateman funziona sia come attore, sia come personaggio che cerca di tappare i debiti del fratelloche prendono la piega di un supplizio di Sisifo. Bateman da par suo ci crede al progetto, dirige persino degli episodi, anche se la sua idea di fratello “bruciato” con barbetta e capello lungo sembra un riciclo della rockstar maledetta in A star is Born.
La vera star qui è Troy Kotsur, nei panni di Joe Mancuso, usuraio sordo (l’attore lo è nella vita vera) che attraverso i gesti, ma ancora di più negli sguardi rugosi e corrucciati esprime tutta l’umanità e il codice d’onore non solo della mala, ma anche di chi ha un segreto che non vuole distrcare nei confronti dei due fratelli.
Una serie che avrebbe potuto brillare di più, un Hamburger da 50 dollari, con ingredienti di qualità , drana, noir e buddy brothers…che però ne vale la metà, perché manca quella scintilla che l’avrebbe potuta rendere più memorabile.
Bene,ma non benissimo.
Solo per chi è un ex carcerato della ristorazione o non ha mai visto Bloodline.

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