mercoledì 15 luglio 2026

WAXWORK - BENVENUTI AL MUSEO DELLE CERE (1988)

 

Ieri sera ero alle prese con le recensioni e scritture varie, quando mi è venuto a trovare lo Spirito degli Anni ’80. Mi ha portato in dono un Fruits&Fruits (alzi la mano chi se lo ricorda) dall’aspro e freddo sapore di Nostalgia.

«Come mai, questo regalo?» gli ho chiesto mentre me lo sorbivo con gusto.

«Madeleine. Sai, prima di diventare il vostro dolce ricordo di voi quarantenni con le serie tipo Stranger Things o il revival dei fuseaux…»

«Ora si chiamano leggings.» Precisai.

«Appunto; dicevo che durante i miei dieci anni sono stato un serbatoio di ricordi per i trentenni di allora. Nostalgia canaglia a go-go: Porky’s, Ritorno al futuro, o anche quella seduta di gruppo collettiva de Il Grande Freddo: tutti ambientati negli anni ’50, tutti elegiaci. Quindi, lascia che ti suggerisca il tema della prossima recensione: la nostalgia dell’horror che fu. Mi fido di te.»

«Ok. Conosco il film giusto: Waxwork. Ora posso avere un altro ghiacciolo?»

«Temo di no; altrimenti che madeleine sarebbe?»

 

Ecco, Waxworks è proprio questo: l’atto d’amore a tutto il cinema dell’Orrore che fu. La madeleine del giovane londinese Antony Hickcox è una storia scritta da lui in tre giorni con l’entusiasmo e DNA giusti: suo padre era Douglas Hickox, regista di Oscar Insanguinato, quel capolavoro con Vincent Price al top della sua gigioneria, mentre la madre, è stataAnne V. Coates, montatrice di Lawrence d’Arabia. Uno così, o cambia totalmente mestiere, oppure insegue la meta direttamente là, a Hollywood tipo Wile E. Coyote. Infatti, tampona l’auto del produttore Staffan Ahrenberg e anziché compilare i dati del CAI, riesce a passargli la sceneggiatura di Waxwork e nel giro di poco ciak, sì gira. Oh, mai che mi capitino sinistri con editori o scrittori. Solo periti assicurativi o carrozzieri…Ahimè, la sfiga. 

Nel prologo (anta anni prima, appunto) un ladro misterioso massacra il padrone di una villa schiaffandogli la testa nel camino e ruba quelli che sembrano gioielli; e devono ancora arrivare i tutoli di testa. Stacco, presente:nella sonnolenta cittadina sta per inaugurare un insolito museo delle cere e due amiche –Sarah (Deborah Foreman) moretta virginale ma con le pruderie più legate del codino e la scafata bionda China (Michelle Johnson) - ricevono l’invito dal luciferino proprietario, un David Warner mellifluo e diabolico, splendidamente doppiato con una voce bassa e seducente, quasi fosse il fuoco dell’inferno (vedi alla voce: Cattivo Perfetto), per l’inaugurazione a mezzanotte con l’incoraggiamento a portare anche degli amici, ma non più di quattro.  «Mezzanotte. Orario interessante: dopocena e prima di colazione.» È la sgallettata risposta della scafata, entrata dritta nei miei bon mot.

 

«Lei è la statua di Willy Wonka»? «No, sono Jack lo Squartatore.»

La sera stessa vanno all’inaugurazione con una cumpa di amici che non mi sarebbe dispiaciuta: Mark(Zach Galligan di Gremlins), Tony (Dana Ashbrook, che tra pomodori assassini e zombi ha un buon CV)più un’altra coppia di amici che se la coniglia all’entrata, defilandosi. I rimasti faranno due spiacevoli scoperte (anzi, facciamo tre): prima vengono accolti da un cameriere nano e nazistoide.Secondo, i tableaux, benché affascinanti sono tutti a tema macabro .E poi, a guardarli da vicino si finisce catapultati nell’universo del mostro raffigurato, da cui uscire è molto difficile. Se soccombi diventi parte integrante de tableaux di cera. Il primo a cui tocca è Tony, che per colpa dell’accendino che gli cade, finisce in una baita in compagnia di un lupo mannaro: ottimo episodio apripista, a base splatter e tanti begli effetti prostetici vecchio stile (difatti è un omaggio ai lupastri di Landis e Dante) con una trasformazione a sorpresa e una particina per John Rhys-Davies, lo Sallah di Indy. 

 

I lupi fanno male.»  «Credevo fossero i datteri.»

China invece si ritrova alla corte di Dracula nell’episodio che vince su tutti. Prima in compagnia delle spose e del figlio del Conte a cena a base di carne alla tartara e salsetta salata (manca solo il cervello di scimmia semifreddo per dessert, tanto per farvi capire il mood) e poi per dopocena,inseguita dalle vampire e dal figlio giù in cantina/macelleria dove la poveretta venderà cara la giugulare, in un combattimento che è una tempesta di emoglobina, un vero tripudio di secchiate di sangue, impalamenti e teste che esplodono. Tanto che la censura s’incazzò e sforbiciò qua e là; se vi sembra di vedere solo rosso, provate ad immaginare come doveva essere l’uncut:mi vedo Hickcox come Ferretti gridare ai tecnici della macchina spara sangue: “Smarmellate tutto!”

 

«Non bevo mai… vino!»

Restano solo Mark e Sarah. Il primo comincia a preoccuparsi per l’improvvisa sparizione degli amici, mentre Sarah è molto più interessata alla statua del Marchese de Sade,che troverà pelle per la sua frusta…O viceversa. È l’episodio che fa da fil rouge alla trama e su cui i protagonisti torneranno più volte,morboso e insistito a puntino, dove Sarah si scatena sotto gli schiocchi della frusta, quasi l’evoluzione del ménage de La Frustra e il Corpo. Il Divin Marchese è il secondo grande malvagio del film, sornione e fiero di esserlo anche se il look da corsaro che gli hanno appiccicato è più adattoa un softcore. Non che a Robert Englud sia andata meglio, col suo De Sade – Uguccione eh… Hickox qui fa il cameo come compagno di giochi del marchese, ma il fatto che lui e la Foreman facevano coppia all’epoca e poi abbiano litigato…beh, forse sappiamo perché.

 

Quando vuoi De Sade, ma lo ordini su Temu.

E questi sono solo alcuni passi, perché il diabolico proprietario ha un piano preciso:una volta che tutte le scene saranno riempite…

Atto di fede, si diceva: Waxwork attraversa infatti tutte le epoche del cinema del passato, abbracciando tutto e omaggiando tutti i grandi Maestri e i Grandi Mostridal bianco e nero e oltre:la mummia, il fantasma dell’opera e gli zombi del buon Romero, Argento, Landis, la Hammer… Hickox si premura di ringraziarli tutti nei titoli di coda, per avergli permesso di giocare con i suoi miti, come un bambino nel negozio di giocattoli. Poi, il fatto stesso che il film si svolga in un museo delle cere sembra ricordare l’origine dell’horror stesso prima dell’avvento del cinema e il Grand Guignol teatrale. Il film azzecca il ritmo, gli effetti speciali e il make-up che del tempo che fu che nonostante qualche ruga del tempo, reggono la prova egregiamente. La struttura è quella degli omnibus dell’Amicus, ma integrata su un gusto più americano e aggiornata agli anni Ottanta.

Ho già detto quanto è bravo David Warner? Parliamo di uno che è stato a tanto così da diventare Freddy Kruger. Manierato e glaciale, un gentleman dell’Horror, un cattivo dal piano tanto semplice quanto british. “Perché vuoi distruggere il mondo?” “Qualcuno dovrà pur farlo.” Risponde serafico e ogni volta che lo riguardo mi dà sempre il brividino sentirlo chiedere: “Vuoi guardarlo più da vicino?” e poi mormorare sconsolato ma ironico: “Oggigiorno fanno un film su qualsiasi cosa.” 

 

I’m a Englishman inNew York a waxwork

Ma il ponte con l’horror di casa non finisce mica qui:oltre a Warner, Hickcox riesce a infilare fra le forze del Bene (erano stati sondati anche gli altri numi: Michael Gough, Christopher Lee, Peter Cushing e Donald Pleasance),Patrick Macnee quell’Avengers che ha fatto diverse incursioni nell’Horror (qualcuno ha detto l’Ululato?) e il risultato è più che felice e con un filo di ambiguità che gli dona. Ma se devi combattere contro uno che ha venduto l’anima al diavolo, che vuoi fare?

Uno per cui invece mi spiace un po’ è Zach Galligan, che non mi ha mai dato l’idea di un vero decollo, anche se sarebbe tornato a casa da Joe Dante per una nuova stirpe di Gremlins e con Hickox in Warlock. E se devo essere onesto, la carriera stessa del regista mi sembra improntata sul sano artigianato di genere, con quei titoli da videoteca del sabato pomeriggio, o perNotte Horror al martedì sera. Sano, Onesto, Horror che però divertiva i fan. Questo secondo me è il vero retrogusto amaro della nostalgia, non il Big Bagol artificiale che ti propinano oggi le piattaforme. Non discuto che l’horror e i suoi gusti siano cambiati (è perfettamente logico, in fondo: l’horror è un contenitore per diversi tipi di sentire dell’oscurità) ma è il voler ricostruire per forza in laboratorio un modello per mancanza di idee, anziché avere nuove idee sui modelli classici. Fine del momento umarell al parco.

All’uscita incassò pochino, circa 800.000 dollari, ma si rifece ampiamente nel circuito dell’home video (sempre sia lodato) e da noi oltre al titolo figo è conosciuto anche col sibillino (per tacere di altri aggettivi) Illusione Infernale.

Hickox, comunque, tornerà sul luogo del delitto col seguito Waxwork 2. Però prima di dirvi che una madeleine lasciata in frigo perde sapore, lo riguarderò…più da vicino.

 

 

 

 

 

                            

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