Ogni genere ha la sua palude; acquitrini di film, musica o libri frequentati poco e malvolentieri, oppure recintati da fan devoti che abbaiano al primo curioso che passa di lì, magari in missione per conto di Cassidy, come il sottoscritto. Trovatemi qualcuno che ami la trilogia cristiana di Bob Dylan (a parte Bono, intendo), tanto per citarne uno.
Con Troll va già meglio, nel senso che o lo adori, oppure passi dritto sgommando. La Palude di oggi si chiama “1986”, la stessa che ci ha già dato Spookies e che, come Spookies, è un calderone di spore che si sono sparse in giro come il malefico Troll del film.
Quindi, statemi dietro e respirate controvento.
La famiglia Potter, americana fino al midollo si trasferisce in un condominio nuovo. I componenti sono madre e figlia bionde d’ordinanza più padre e figlio di nome Harry Potter Sr e Jr. Il Junior non ha occhiali e cicatrici a forma di saetta in fronte, però con la magia ci capisce in quanto è Noah Hathaway, l’Atreyu de la Storia Infinita. Però il nostro deve affrontare una minaccia peggiore del Nulla (a parte la trama, ma vabbè è una palude di storia): la sorellina Wendy, che in realtà è stato posseduta dal perfido re troll Taruk che vive nei sotterranei del palazzo e che se ne va in giro fra i condomini per trasformarli in troll con un anello magico, imbozzolandoli per bene, per poi decorargli la casa con un fiorire di foglie e verde vario così subitanea che Audrey della Bottega degli orrori, lèvati, ma lèvati.
Per fortuna (?) nel palazzo vive una signora che la sa lunga e aiuterà il Atreu/Harry Potter, e no, non ha il volto di Maggie Smith…
Quattro anni prima, nel 1982, la sceneggiatura chiamata Gnomi si aggirava fra le scrivanie degli studios italiani proprio come il pestifero troll Taruk del prodotto finito. La trama? Un condominio assediato da gnomi che trasformano tutti in un bosco. Viene fatto anche il nome del regista che lo dirigerà: Lamberto Bava, ormai una promessa dell’horror nostrano dopo la manovalanza a bottega da papà Mario e l’esordio ufficiale con Macabro. Ma…un momento: Bava, condominio, mostriciattoli…ricorda qualcosa? Ecco che un pezzo di gnomo finisce dritto in Demoni 2, dell’87. (Ambo!), mentre Gnomi fa la spola fra Italia e Usa finché si ferma.
Per fortuna un mostriciattolo aiuta l’atro, e dopo il successo di Gremilins di Joe Dante, ecco che tutti fanno la corsa alla creaturina scherzosa ma terrificante. Dalle tazze dei WC sbucano i Ghoulie sprodotti dalla Empire Pictures (che poi diventerà la Full Moon) di Charles Band; ma gratta il nome anglofono e trovi l’italico Carlo Antonini, che già che c’è produce anche questo Troll, diretto da John Carl Buechler, già rodato alla regia, però dal CV molto più appetibile sul versante tecnico degli effetti speciali. Tanto per dire: Indiana Jones e il tempio maledetto e Nightmare 4.
E visto che è tutto alla maniera italica, per giustificare gli scippi al mai realizzato Gnomi e pure la strizzatina d’occhio a Gremlins per la scena dei bozzoli verdastri,il soggetto è accreditato a Joanna Granillo, l’Alan Smithee de noartri, che forse era Antonini, forse, lo stesso regista.
Tutto comunque porta all’obiettivo di Band: girare un film con un budget da discount a Dinocittà, con maestranze italiane e attori americani per avere la massima spendibilità con la minima spesa.
Il cast è di quelli strambi, che va dall’esordiente Julia Luis-Dreyfus, ben molto prima della scalata alla Casa Bianca nella serie Veep (se non la conoscete, recuperatela), che qui fa un’inquilina che finisce per diventare una Poison Ivy da luna park, alla meteora di Noah Hathaway, qui abbastanza baccalitico. Forse perché senza cavallo e amuleto? Non che vada meglio al resto del genitorame: Michael Moriarty è sprecato, la moglie è insulsa e Jenny Beck, come piccola sorellina Potter pestifera è insopportabile. Anzi l’unico momento dove Troll poteva avere un suo potenziale è con Phil Fondacaro, veterano di tanti filmini e filmetti. Affetto da nanismo, il suo personaggio è oggetto di attenzione dalla piccola Potter e da Taruk, che lo vede come un amico…alla sua altezza. Battutaccia, lo so, ma qui davvero poteva esserci qualcosa di più. Forse se non avessero saccheggiato tutta la sceneggiatura di Gnomi, avremmo avuto un quid pluris.
E poi abbiamo pure Sonny Bono, sì quello di Cher (forse doveva pagarle gli alimenti), nei panni del playboy debosciato in perfetto stile anni Ottanta: baffo, ciuffo cascante, guardo scazzato, vestaglia da Hugh Hefner della Lidl e dalle performance imbarazzanti (non che la recitazione sia meglio…).
Però si becca la mutazione migliore in troll, schifosetta e gommosa il giusto.
Gommosità forse è la parola chiave per il film: pupazzoni, effettacci quasi cartooneschi sbilanciano il film verso il tono fantasy e commedia (ma non si ride mai) che è più una centrifuga di generi e di ridicolo involontario, con tanto di canzoncina dei Troll nel bosco magico che sembra la brutta copia di Labirynth dopo una peperonata. E purtroppo non c’è un Bowie a salvare la baracca ma un Sonny Bono che però sparisce entro il primo tempo, forse sperando di non essere riconosciuto.
Troppo scult per essere trash, troppo trash per essere brutto. Lo so, è un sillogismo traballante, ma è l’impressione che mi ha fatto. Quindi assolutamente da un lato: o lo adori, o lo ignori.
La ricognizione della palude è finita, preparatevi a rientrare.
Non escludo però che qualcuno ne possa rimanere affascinato; forse è gente che ama Shot of Love di Bob Dylan.

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