Questa è un’ode a Jodie.
Siamo abituati a pensare a Jodie Foster come enfant prodige e poi attrice con la A maiuscola: intelligente, volitiva e with guts. Ma quanti si ricordano che è stata anche enfant terrible? È come se – idealmente – la sua carriera filmica avesse creato una biografia alternativa di Jodie e tutti i personaggi da lei interpretati fossero tasselli della sua storia privata. Siamo sicuri che la prostituta minorenne diTaxi Driver (1976), non si sia emancipata inQuella strana ragazza che abita in fondo a viale (1976), che raccoglie i frutti (e i cocci) del suo amore in Casotto (1977), dove i gretti zii italiani cercheranno di sbolognarla al tonto cugino? E che una volta maggiorenne non decida di svoltare col praticantato nell’FBI, magari dopo una breve seduta d’analisi col dottor Lecter - mica uno qualunque - nel Silenzio degli innocenti (1991)per diventare poi ufologa, madre single che va ad abitare in una Panic Room e infine rampante donna d’affari in tacco dodici per Margin Call? Forse in un universo parallelo è andata così; Jodie Foster è una donna che ha vissuto tutto ciò e l’ha forgiata.
«Enry Orso ha di nuovo posteggiato in fondo al viale.»
Nel 1976 della vita vera però, Jodie è una ragazzina prodigio che grazie alla madre-manager sta iniziando a diversificare la sua immagine in film più seri,facendo storcere il naso a Mamma Disney con cui ha già un contratto, perché, ehi, non vorrai mica che le ragazze Disney si rovinino l’immagine, vero? No, eh?! Però Mamma Foster la spunta e dopo Alice non abita più qui e soprattutto Taxi Driver, con la Disney col naso ormai arricciato ad altezza fronte per la disapprovazione, ecco che arriva Quella Strana ragazza, tratto dal romanzo omonimo di Laird Koening, uscito nel ’74 e già che ci siamo sceneggiato dall’autore stesso, con Nicolas Gessner alla regia e una produzione che sconfina in Canada, perché per quanto siano gli anni Settanta, un film con un soggetto come questo ha bisogno di menti più libere e aperte.
Quella strana ragazza è Rynn Jacobs, figlia dodicenne di uno padre scrittore e assente. Infatti, papà si è suicidato,ma prima di andarsene ha garantito alla ragazza una rendita per tre anni. Dal lato materno le cose non è che vanno meglio, perché la madre li ha abbandonati entrambi tempo prima. Rynn conduce una vita solitaria in una villa affittata nel Maine, tirando avanti come se nulla fosse, mentendo, simulando, e offrendo tè al cianuro a chi s’impiccia troppo. Quando la mamma si ripresenta, Rynn le offre un tè avvelenato di benvenuto e conserva il corpo in cantina. Ma il vero tormento di Rynn è eludere sia le curiosità di Mrs. Hallet, la padrona di casa megera ed impicciona (una per cui se non sei sbarcato con la Mayflower, non sei della comunità) che le vogliacce del figlio Frank (Martin Sheen), maniaco sessuale. Il quale oltre ad avere la protezione della madre, guarda Rynn come fa Ezechiele lupo coi porcellini, cercando di intrufolarsi in casa più volte...Meglio offrirgli un tè dei suoi o farsi aiutare dallo sceriffo Miglioriti, poliziotto bonario, ma outsider pure lui in quanto italiano?
«Me lo farai sapere, Rynn, quando Frank smetterà
di insidiarti?» «Spero entro l'ora del tè»
Il film è un horror in senso lato. È piuttosto un thriller autunnale, nero e malinconico, fatto di silenzi e solitudini, di pomeriggi piovosi e foglie gialle. Qualcuno ha parlato di sit-com nera, e in effetti c’è gente che entra ed esce (quando va bene) dalla casa di Rynn con la nonchalance del cast di una puntata di Friends.Ma in realtà è tutto basato sulla cortina di silenzi e di difesa di Rynn, ragazzina in un mondo di (troppi) adulti. Il film è anche un coming of age non tanto ormonale, quanto mentale. È lo schiudersi – o il tentativo di farlo- di Rynn al mondo esterno, allo sbocciare del primo amore con il coetaneo goffo Mario (Derek Jacoby) prestigiatore dilettante e poliomielitico, sottotrama a zero saccarina che non ammorba, ma fa sorridere. Rynn è già adulta dentro, ma il suo aspetto è ancora acerbo, senza malizia, tutta lentiggini, capelli biondo paglia e guance paffute, le manca solo qualcuno di cui fidarsi.
«Forse
dovrei fare come Kevin e ordinare una pizza al formaggio.»
Il macabro alluso e il non detto sono le carte vincenti: il suicidio del padre e il ritrovamento del suo corpo sono raccontati da Rynn e non mostrati, ma la sua espressione assente mentre lo racconta è eloquente. Jodie è brava a passare dal candore alla calma glaciale in poche espressioni e infatti vince il Saturn Award come attrice protagonista, mentre Martin Sheen si becca quello per il miglior attore protagonista. Il suo Frank Hallet è repellente, untuoso e sgradevole nel suo guardare dall’alto in basso Rynn e molestarla verbalmente, sicuro che sarà la sua prossima preda, fin dalle prime scene, nonostante l’acconciatura fresca di phon e i vestiti eleganti fa proprio schifo come persona.Idem sua madre, l’attrice Alexis Smith, la quale sa bene il vizietto del figlio, ma si crede un Padreterno forse perché sbarcata direttamente con l’arca di Noè o dall’Età dell’Innocenza di Scorsese. Ha però dimenticato l’undicesimo comandamento: fatti i cazziribus tuoi. E infatti anche lei farà una brutta fine. Persino Lynch si ricorderà della pellicola, citandola in Twin Peaks.
Gessner dirige in modo pulito, adattandosi all’umore del film, seguendo Rynn nel suo quotidiano piuttosto che cercare sensazione forti. Ha curato anche il doppiaggio e per l’edizione francese, fece doppiare Jodie da sé, dato che parlava bene la lingua. Purtroppo durante una sessione , Jodie non si sentì bene e chiese al regista di poter andare in bagno, ma lui le fece ripetere la scena finché lei non gli vomitò addosso.
A oggi sarebbe facile parlare di “soggetto kinghiano”, ma a parte le miserie del New England, Rynn sembra uscire più dalla penna di Saki, il maestro del macabro britannico, quello di La finestra aperta, per capirci. Un film da recuperare,per la bravura degli interpreti e per riscoprire il lato oscuro dell’adolescenza di Jodie Foster – reale o alternativa che sia – assieme ad una bella tazza di tè fumante prima di andare a dormire. Per sempre.


