mercoledì 30 settembre 2026

QUELLA STRANA RAGAZZA CHE ABITA IN FONDO AL VIALE (1976):Sola in quella casa

                                             

 

 

Questa è un’ode a Jodie.

 Siamo abituati a pensare a Jodie Foster come enfant prodige e poi attrice con la A maiuscola: intelligente, volitiva e with guts. Ma quanti si ricordano che è stata anche enfant terrible? È come se – idealmente – la sua carriera filmica avesse creato una biografia alternativa di Jodie e tutti i personaggi da lei interpretati fossero tasselli della sua storia privata. Siamo sicuri che la prostituta minorenne diTaxi Driver (1976), non si sia emancipata inQuella strana ragazza che abita in fondo a viale (1976), che raccoglie i frutti (e i cocci) del suo amore in Casotto (1977), dove i gretti zii italiani cercheranno di sbolognarla al tonto cugino? E che una volta maggiorenne non decida di svoltare col praticantato nell’FBI, magari dopo una breve seduta d’analisi col dottor Lecter - mica uno qualunque - nel Silenzio degli innocenti (1991)per diventare poi ufologa, madre single che va ad abitare in una Panic Room e infine rampante donna d’affari in tacco dodici per Margin Call? Forse in un universo parallelo è andata così; Jodie Foster è una donna che ha vissuto tutto ciò e l’ha forgiata.

                                     «Enry Orso ha di nuovo posteggiato in fondo al viale.»

Nel 1976 della vita vera però, Jodie è una ragazzina prodigio che grazie alla madre-manager sta iniziando a diversificare la sua immagine in film più seri,facendo storcere il naso a Mamma Disney con cui ha già un contratto, perché, ehi, non vorrai mica che le ragazze Disney si rovinino l’immagine, vero? No, eh?! Però Mamma Foster la spunta e dopo Alice non abita più qui e soprattutto Taxi Driver, con la Disney col naso ormai arricciato ad altezza fronte per la disapprovazione, ecco che arriva Quella Strana ragazza, tratto dal romanzo omonimo di Laird Koening, uscito nel ’74 e già che ci siamo sceneggiato dall’autore stesso, con Nicolas Gessner alla regia e una produzione che sconfina in Canada, perché per quanto siano gli anni Settanta, un film con un soggetto come questo ha bisogno di menti più libere e aperte.

Quella strana ragazza è Rynn Jacobs, figlia dodicenne di uno padre scrittore e assente. Infatti, papà si è suicidato,ma prima di andarsene ha garantito alla ragazza una rendita per tre anni. Dal lato materno le cose non è che vanno meglio, perché la madre li ha abbandonati entrambi tempo prima. Rynn conduce una vita solitaria in una villa affittata nel Maine, tirando avanti come se nulla fosse, mentendo, simulando, e offrendo tè al cianuro a chi s’impiccia troppo. Quando la mamma si ripresenta, Rynn le offre un tè avvelenato di benvenuto e conserva il corpo in cantina. Ma il vero tormento di Rynn è eludere sia le curiosità di Mrs. Hallet, la padrona di casa megera ed impicciona (una per cui se non sei sbarcato con la Mayflower, non sei della comunità) che le vogliacce del figlio Frank (Martin Sheen), maniaco sessuale. Il quale oltre ad avere la protezione della madre, guarda Rynn come fa Ezechiele lupo coi porcellini, cercando di intrufolarsi in casa più volte...Meglio offrirgli un tè dei suoi o farsi aiutare dallo sceriffo Miglioriti, poliziotto bonario, ma outsider pure lui in quanto italiano?

                 «Me lo farai sapere, Rynn, quando Frank smetterà di insidiarti?»                                                       «Spero entro l'ora del tè» 

Il film è un horror in senso lato. È piuttosto un thriller autunnale, nero e malinconico, fatto di silenzi e solitudini, di pomeriggi piovosi e foglie gialle. Qualcuno ha parlato di sit-com nera, e in effetti c’è gente che entra ed esce (quando va bene) dalla casa di Rynn con la nonchalance del cast di una puntata di Friends.Ma in realtà è tutto basato sulla cortina di silenzi e di difesa di Rynn, ragazzina in un mondo di (troppi) adulti. Il film è anche un coming of age non tanto ormonale, quanto mentale. È lo schiudersi – o il tentativo di farlo- di Rynn al mondo esterno, allo sbocciare del primo amore con il coetaneo goffo Mario (Derek Jacoby) prestigiatore dilettante e poliomielitico, sottotrama a zero saccarina che non ammorba, ma fa sorridere. Rynn è già adulta dentro, ma il suo aspetto è ancora acerbo, senza malizia, tutta lentiggini, capelli biondo paglia e guance paffute, le manca solo qualcuno di cui fidarsi.

                                 «Forse dovrei fare come Kevin e ordinare una pizza al formaggio.»

Il macabro alluso e il non detto sono le carte vincenti: il suicidio del padre e il ritrovamento del suo corpo sono raccontati da Rynn e non mostrati, ma la sua espressione assente mentre lo racconta è eloquente. Jodie è brava a passare dal candore alla calma glaciale in poche espressioni e infatti vince il Saturn Award come attrice protagonista, mentre Martin Sheen si becca quello per il miglior attore protagonista. Il suo Frank Hallet è repellente, untuoso e sgradevole nel suo guardare dall’alto in basso Rynn e molestarla verbalmente, sicuro che sarà la sua prossima preda, fin dalle prime scene, nonostante l’acconciatura fresca di phon e i vestiti eleganti fa proprio schifo come persona.Idem sua madre, l’attrice Alexis Smith, la quale sa bene il vizietto del figlio, ma si crede un Padreterno forse perché sbarcata direttamente con l’arca di Noè o dall’Età dell’Innocenza di Scorsese. Ha però dimenticato l’undicesimo comandamento: fatti i cazziribus tuoi. E infatti anche lei farà una brutta fine. Persino Lynch si ricorderà della pellicola, citandola in Twin Peaks.

Gessner dirige in modo pulito, adattandosi all’umore del film, seguendo Rynn nel suo quotidiano piuttosto che cercare sensazione forti. Ha curato anche il doppiaggio e per l’edizione francese, fece doppiare Jodie da sé, dato che parlava bene la lingua. Purtroppo durante una sessione , Jodie non si sentì bene e chiese al regista di poter andare in bagno, ma lui le fece ripetere la scena finché lei non gli vomitò addosso.

A oggi sarebbe facile parlare di “soggetto kinghiano”, ma a parte le miserie del New England, Rynn sembra uscire più dalla penna di Saki, il maestro del macabro britannico, quello di La finestra aperta, per capirci. Un film da recuperare,per la bravura degli interpreti e per riscoprire il lato oscuro dell’adolescenza di Jodie Foster – reale o alternativa che sia – assieme ad una bella tazza di tè fumante prima di andare a dormire. Per sempre.


 

sabato 26 settembre 2026

CAMP MIASMA: ADOLESCENZA, SESSO E MORTE (2026)

                   

 

                     -Kris: "Sono Poli."

                    -Billy: "Chi è Polly?"
 

 

Jane Schoenbrun

 

 

Slasher: un genere di film horror a base di maniaci mascherati che accoppano ragazzotte poppute e urlanti in campeggi estivi, baite nel bosco e collegi femminili, prima di venire fermati dalla final girl di turno - rigorosamente finta bruttina e vergine. E i maschietti? Beh, stanno a fare il campionario di stereotipi prima di essere fatti a tranci. Vedere da Reazione a catena, Venerdì 13 e compagnia macellante per credere.

Bene, Jane Schoenbrun, dopo aver scritto e diretto quell’atto d’amore alle serie TV degli anni ‘90 che è Ho visto la TV brillare e averlo verniciato con una vernice rosa queer, decide di alzare il tiro e fare la stessa cosa con lo Slasher di cui sopra, disegnandoci sopra un murales con la bandiera rosa bianca azzurra.

 

La regista Kris (Hannah Einbinder), ventinovenne, cerebrale e queer, ha diretto un cortometraggio su Psycho dal punto di vista della tendina della doccia. Gli Studios di Hollywood superentusiasti, le affidano il compito di rinfrescare il franchise ormai esausto di Camp Miasma, che ha come protagonista il killer Little Death (nomen omen, vedremo perché), un tizio con una maschera che sembra un ventilatore. Kris però non vuole solo rinfrescare il genere togliergli la patina transofobica, soprattutto vuole Billy Presley (Gillian Anderson) la final girl del primo film della serie, ritiratasi dopo il primo film a vivere isolata nel campeggio di…Camp Miasma. Kris parte per cercare di convincerla e anche per capire il segreto nello sguardo della giovane Billy nel primo film della serie. Una ama il cinema, l’altra è il cinema. Kris è tutta cervella, Billy è carne (e che carne…). L’avvicinamento è inevitabile…

Gillian Anderson is the new Barbara Crampton; questo è stato il primo pensiero dopo aver finito Camp Miasma eccetera. Come la Crampton, L’ex Scully è pronta per l’horror diventare una Signora delle tenebre coi fiocchi. Qui è una Gloria Swanson (citata espressamente) in un viale del tramonto personale, perfetta, magnetica, in bilico tra seduzione e follia, la parte più godereccia. Hannah Einbinder invece è una specie di alter ego della regista, che dimostra cosa vuol dire amare e sentirsi un genere (cinematografico e sessuale) in un corpo che non ti corrispondere. Quando sotto gli “sprimaccia menti” di Billy, Kris confessa che mentre guardava Camp Miasma, la sua fantasia più grande  (ed eccitante) “partire da me stessa, sfigata” e finire per trasformarsi in una tettona inseguita dal Little Death. “Mi trovi orribile?”  Chiede a Billy. “Ti trovo bellissima.” Le risponde questa. E’ una sequenza quasi commovente, che tocca le corde nascoste e le sbandiera: ciò che ti definisce è ciò che ti cattura. Ma chi è che ti definisce? “Se diventa troppo reale, puoi sempre spegnerlo.” E’ la tagline della VHS di Camp Miasma: la stessa filosofia di Ho visto la TV brillare: dov’è il confine tra ciò che sei e che appari….e  quello che vuoi essere davvero.

Nel caso di Kris, vorrebbe essere raggiunta da Little Death e allo stesso tempo guardare con la sua soggettiva , perché La Petit Mort è il nomignolo con cui i francesi chiamano…L’orgasmo.

Il campeggio è godereccio per tutti, vergini comprese.

Avevo un’aspettativa diversa: pensavo sarebbe stato più un The Final Girls con in salsa queer, con tutta la messa alla berlina dei meccanismi del genere (che invecchiano male, a volte), e invece diventa un omaggio molto più profondo, con intere sequenze citate paro paro dai capisaldi, con una punta di Cronenberg che ribadisce ancora di più gli abissi in cui la Schoenbrun nuota con un amore da fan, che solo i fan possono comprendere.

A tratti  il film rischia di avvitarsi su sé stesso nel gioco metanarrativo, ma il finale è un immersione totale nello slasher e nella sensibilità di Jane stessa, e che sembra voler dire: attenzione alle vostre fantasie, possono avverarsi…ed è dolce e intenso come...le caramelle gommose e colorate. Rosa o rosse non importa; sei tu il sapore e la bocca che le mastica.

Dài Jane, non smettere di parlare di noi, a noi.

Voto: 7

 

giovedì 17 settembre 2026

L'ARCANO INCANTATORE (1996) Fola del Delta di Pupi

 

 


 

 

Venghino signori, venghino! Assaggiate, il terzo gotico di Pupi Avati, annata 1996! Sentite che bouquet: la vigna è sul Delta del Po, terra buona per La Casa dalle finestre che ridono, dove l’aria sale dalle necropoli etrusche di Zeder e dalle lagune diIl Signor Diavolo. Sentite l’inquietudine della provincia emiliana e il silenzio delle sue campagne assolate? Ora assaporate la nota amara del Mistero, del Nascosto, del Rimosso? C’è un piccolo innesto di Nascondiglio e L’Orto Americano ma la provincia è tale ovunque! Attenzione al retrogusto metallico… come sangue, ma è il prezzo da pagare per esservi avventurati fin qui. Vi avevo avvertito. Un altro calice? Si chiama L’arcano incantatore.

Questi sono gli ingredienti che Avati usa per confezionare i suoi gotici: un forestiero che per caso o commissione va in qualche paesino remoto ad indagare su qualche fatto collegato ad eventi passati che è meglio non riaprire, muovendosi tra personaggi grotteschi, false piste o vere depistaggi fino a scoprire verità indigeste. Sappiamo che Pupi ne crea uno a decennio, forse è una specie di pegno fatto a qualche oscura Musa della scrittura, che in cambio gli concede di produrre e dirigersi le sue storielle personali di amarcord a base di basse province e losers candidi.

Nei Settanta ha dimostrato che il thriller non erano solo fatti dai maniaci in impermeabile di Darione, negli Ottanta ha sorpassato a destra nientemeno che Stephen King con i cimiteri maledetti di Zeder e nei Novanta…beh l’appuntamento è col Settecento, l’esoterismo e il diavolo per raccontare una fola – come dichiarato nei titoli di testa – scritta da Avati “quasi in trance” (Pupi dixit) ma senza rinunciare ai suoi topos classici.

 

Ricetta Gotica: prendere un Pupi Avati e lasciarlo decantare 10 anni: indi farcire con eroe giovane e ingenuo e aroma di campagna padana.

 

1750: l’ex seminarista Giacomo Vigetti (il sofferto Stefano Dionisi), racconta ad un frate confessore la sua dolorosa storia. Qualche anno prima, da seminarista aveva ingravidato e costretto all’aborto una ragazza. La Chiesa non prese benissimo questa sua propensione a fare il Padre Ralph del Settecento e per sfuggire alla sicura condanna, Giacomo viene indirizzato da una misteriosa signora nascosta dietro un affresco - forse la scena cult del film: due occhi azzurri e sgranati che si muovono dietro le orbite di una civetta – la quale, in cambio di un pegno e un giuramento gli procura il rifugio.

«Vada dai Ratti…Ops, ho sbagliato horror.»

 Rimpiazzerà Nerio, lo scrivano appena defunto dello spretato monsignor Achille Ropa Sanuti (un algido Carlo Cecchi), allontanato ed esiliato dalla Chiesa per i suoi studi esoterici e di occulto tanto da venire chiamato l’Arcano Incantatore. Quando si dice essere in bella compagnia…

 Lo dico subito: al terzo appuntamento col gotico, la fiamma brilla un po’ meno. Lo vidi all’epoca in VHSe mi sembrò un po’ irrisolto e non del tutto chiaro. Rivisto dopo trent’anni invece lo apprezzo di più. Primo perché l’horror successivoil Nascondiglio ha abbassato la qualità, e secondo perché il tempo ha svelato la luce giusta con cui guardare il film. Il diabolico sta nei dettagli, nelle porte che scricchiolano, nelle ombre, nei discorsi di chi sa ma non parla e di chi crede di sapere; in ciò che appare ma che non è. Esattamente come i messaggi cifrati, come i percorsi per gli iniziati e non, certi segni si capiscono solo se visti dalla giusta prospettiva. Avati racconta la versione nera del suo Le Strelle nel fosso: una cornice settecentesca, un maniero isolato, paesaggi naturali dell’appennino bolognese (ma controfigurato da Todi e dintorni del Lazio) personaggi che dialogano fra bisbigli, sussurri e registrati in presa diretta, tanto che a volte si fa fatica a capire cosa dicano, ma sciorinano massime, avvertimenti e nenie blasfeme.

 

La qualità dei dialoghi è pari alla vista di questo font (dialoghi che potete bisbigliare)

 

Giacomo è il classico antieroe avatiano, quello che finisce in un gioco più grandi di lui, ma a differenza di Lino Capolicchio e di Gabriele Lavia è forse quello più consapevole, più lusingato dal fascino del male, quello più incantato dall’ignoto, perché già dall’inizio non è che sia proprio tanto innocente. Il suo rapporto col monsignore è quasi da pièce teatrale, un dramma due con tanto di beffa finale, tipica di Pupi, un twist che – ironia? Consapevolezza? Pupi illuminaci! - rovescia quello di vent’anni prima in La Casa dalle finestre che ridono.

Sarà che Stefano Dionisi lo interpreta con una punta di malizia e vanità che ad altri eroi di Avati non avranno mai, tanto che ti viene da pensare se sotto sotto non sia così spaventato per non esserne sedotto. Lo stesso Monsignore è quasi un osservatore, enigmatico, freddo e calcolatore, un ragno che tesse la sua tela con pazienza, valutando, aspettando e seducendo. Ma nessuno dei personaggi è pulito fino in fondo, tutti hanno qualche ombra, dalle conventuali “guardiane delle Ostie” che sembrano uscire fuori da qualche tela di Gauguin e che avrebbero meritato qualche approfondimento in più, specie la latrice delle lettere cifrate, fino alla nota di colore della bambina “resuscitata” che fa il viaggio in carrozza con Giacomo sulla via dell’esilio.

Pupi mette alla fotografia il fido Cesare Bastelli con cui ha fatto una nutrita fetta di film, con qualche particina da attore compresa nel prezzo. Il meglio lo dà nelle scene in notturna o rischiarate dai lumi, sul giorno, risulta un po’ troppo il contrasto tra luce e ombre spesse come fette di culatello. Da qui definirla “fotografia baviana” ce ne corre; è troppo terrosa e crepuscolare. Senza voler salire in cattedra, mi sento di dire che Marione avrebbe messo luci più colorate e avrebbe sepolto le stanze di suppellettili. Se poi non avesse minimamente creduto nel film avrebbe cominciato a giocare proprio coi colori. Ma Avati non è Bava e per fortuna non gli interessa nemmeno esserlo. 

 

Cercasi Susan Bava disperatamente.

 A Pupi piace raccontare favole lunatiche, e l’Arcano incantatore è proprio questo: una fola che trent’anni dopo acquista valore nel suo essere a tratti ermetico; che sia colpa della sceneggiatura non solidissima – scritta in trance, o forse con qualche altra polvere esoterica vai a sapere – o della messinscena con più fumo che arrosto, il film però grazie a queste imperfezioni diventa più gradevole. Come se fosse un incantesimo dai passaggi che non si fissano volutamente nella giusta sequenza, però funziona. Che sia Pupi, il vero Incantatore?


 

WIDOW'S BAY (2026)

    I'm on an island, dirty dancing in the sun. So close to heaven but so far from everyone.   Hiro Murai, Ti West e VV. Una risata ...