sabato 29 agosto 2026

L'ORTO AMERICANO (2024)

 


 li puoi tenere in testa  o nascondere in un portafogli, ma c'è chi se li dimentica nei sogni...

 

Pupi Avati 

L’ho già scritto che Avati sforna film come fossero ciambelle, uno via l’altro, tutti – o quasi – col bisogno di raccontare la sua poetica della provincia bolognese, fatta di personaggi sognatori e candidi, ma anche di genti grette e grottesche. Non tutte riuscite col buco, alcune talmente innocue da ricordarle solo quando scorri la sua filmografia. Ci perdoni Maestro, ma ogni tanto…

Però una volta ogni decennio il nostro distilla Horror e Gotici con la stessa parsimonia di un genovese quando offre l’acqua del bronzino (il rubinetto), creando finora un pentacolo di cinque film gotici padani di cui l’ultima punta era stato il lagunare Il Signor Diavolo del 2019.

E nel 2024, dopo cinque anni, come al volgere di un ciclo, Avati aggiunge un nuovo lato, L’Orto americano che probabilmente è il suo film nero più riuscito dai tempi di Zeder.

 

C’è un Lui (Filippo Scotti), giovane scrittore di romanzi non pubblicati, emotivamente fragile e dai trascorsi in sanatorio perché parlava coi morti dell’album di fotografie di famiglia, che nella Bologna liberata si ritrova a dare un’informazione ad un’ausiliaria delle forze americane: dura un attimo, ma ne rimane infatuato.

Un anno dopo, va in Iowa per uno scambio culturale, sperando di trovare maggiore ispirazione per il prossimo libro e scopre che l’anziana e inferma signora della casa accanto è proprio la madre dell’ausiliaria incontrata, che si chiama Barbara ed è scomparsa in Italia.  Una sera, attratto da alcuni rumori che vengono da sottoterra del piccolo orto della casa accanto, decide di scavare, disseppellendo un grosso barattolo con qualcosa sotto spirito e un’etichetta molto peculiare: una poesia greca interpolata da altri versi scritti da un assassino e mutilatore. Già, perché sotto spirito ci sono dei genitali femminili…

Da qui Lui, come ogni antieroe avatiano DOC, comincerà ad invischiarsi alla tela di coincidenze, legami e segreti oscuri e morbosi che lo porteranno di nuovo al Delta del Po…

L’Orto americano è probabilmente la summa del horror di Pupi: tratto dal suo romanzo omonimo,  condensa cinquant’anni di temi cari al regista: le inquietudini della provincia ferrarese e la sua controparte USA che è l’Iowa (sul serio: cosa vi fa venire in mente quello stato se non campi di grano, silenzi e cittadine poco in bolla?), giovani eroi ignari, delicati e spaesati ma determinati ad arrivare in fondo, ben incarnato da Filippo Scotti, a fattacci di paese su passati torbidi e limacciosi come il cervello degli abitanti del luogo; donne angeliche votate a lasciarci le piume, comprimari lombrosiani o sornioni (Chiara Caselli nella parte della locandiera, il cameo di Andrea Roncato come carabiniere, Nicola Nocella, il compagno di manicomio), equivoci e doppie, triple verità che anziché sciogliere, stringono il protagonista in un laccio mortale. Il tutto col fil rouge della scrittura, intesa come esperienza, come bisogno, come pulsione, capacità di raccontare e di farsi leggere. Perché bisogna avere molti morti custoditi e accuditi nel cuore per scrivere storie bell, lo dice il Lui protagonista, ma è anche l’idea di Avati.

Una menzione per gli effetti speciali di Stivaletti, pochi ma d’effetto: non guarderete mai più le pesche sciroppate nello stesso modo, garantito.

Fin qui tutto bene, ma il vero pregio del film è di essere fotografato nello splendido bianco e nero di Cesare Bastelli che lavora su grigi eleganti e bianchi saturi, tanto da rifarsi ai noir degli anni Quaranta, anche nelle intenzioni.

Perché Pupi ci racconta che quella era l’America, ma non quella delle cartoline o delle grandi città, o quelle che si vedeva al cinema: era molto più simile al cortile dietro casa, quello dal prato incolto, coltivato con segreti che la campagna seppellisce meglio.

Auguriamo a Pupi di farne anche un settimo, il numero magico e chiudere così il cerchio con dentro gli orrori della provincia che nessuno ha saputo raccontare come lui.

Coraggio Maestro, l’ultima bottiglia della vigna bacata dell’Uomo ci aspetta.

Consigliato con un bell’8+!

Nessun commento:

Posta un commento

WIDOW'S BAY (2026)

    I'm on an island, dirty dancing in the sun. So close to heaven but so far from everyone.   Hiro Murai, Ti West e VV. Una risata ...