giovedì 17 settembre 2026

L'ARCANO INCANTATORE (1996) Fola del Delta di Pupi

 

 


 

 

Venghino signori, venghino! Assaggiate, il terzo gotico di Pupi Avati, annata 1996! Sentite che bouquet: la vigna è sul Delta del Po, terra buona per La Casa dalle finestre che ridono, dove l’aria sale dalle necropoli etrusche di Zeder e dalle lagune diIl Signor Diavolo. Sentite l’inquietudine della provincia emiliana e il silenzio delle sue campagne assolate? Ora assaporate la nota amara del Mistero, del Nascosto, del Rimosso? C’è un piccolo innesto di Nascondiglio e L’Orto Americano ma la provincia è tale ovunque! Attenzione al retrogusto metallico… come sangue, ma è il prezzo da pagare per esservi avventurati fin qui. Vi avevo avvertito. Un altro calice? Si chiama L’arcano incantatore.

Questi sono gli ingredienti che Avati usa per confezionare i suoi gotici: un forestiero che per caso o commissione va in qualche paesino remoto ad indagare su qualche fatto collegato ad eventi passati che è meglio non riaprire, muovendosi tra personaggi grotteschi, false piste o vere depistaggi fino a scoprire verità indigeste. Sappiamo che Pupi ne crea uno a decennio, forse è una specie di pegno fatto a qualche oscura Musa della scrittura, che in cambio gli concede di produrre e dirigersi le sue storielle personali di amarcord a base di basse province e losers candidi.

Nei Settanta ha dimostrato che il thriller non erano solo fatti dai maniaci in impermeabile di Darione, negli Ottanta ha sorpassato a destra nientemeno che Stephen King con i cimiteri maledetti di Zeder e nei Novanta…beh l’appuntamento è col Settecento, l’esoterismo e il diavolo per raccontare una fola – come dichiarato nei titoli di testa – scritta da Avati “quasi in trance” (Pupi dixit) ma senza rinunciare ai suoi topos classici.

 

Ricetta Gotica: prendere un Pupi Avati e lasciarlo decantare 10 anni: indi farcire con eroe giovane e ingenuo e aroma di campagna padana.

 

1750: l’ex seminarista Giacomo Vigetti (il sofferto Stefano Dionisi), racconta ad un frate confessore la sua dolorosa storia. Qualche anno prima, da seminarista aveva ingravidato e costretto all’aborto una ragazza. La Chiesa non prese benissimo questa sua propensione a fare il Padre Ralph del Settecento e per sfuggire alla sicura condanna, Giacomo viene indirizzato da una misteriosa signora nascosta dietro un affresco - forse la scena cult del film: due occhi azzurri e sgranati che si muovono dietro le orbite di una civetta – la quale, in cambio di un pegno e un giuramento gli procura il rifugio.

«Vada dai Ratti…Ops, ho sbagliato horror.»

 Rimpiazzerà Nerio, lo scrivano appena defunto dello spretato monsignor Achille Ropa Sanuti (un algido Carlo Cecchi), allontanato ed esiliato dalla Chiesa per i suoi studi esoterici e di occulto tanto da venire chiamato l’Arcano Incantatore. Quando si dice essere in bella compagnia…

 Lo dico subito: al terzo appuntamento col gotico, la fiamma brilla un po’ meno. Lo vidi all’epoca in VHSe mi sembrò un po’ irrisolto e non del tutto chiaro. Rivisto dopo trent’anni invece lo apprezzo di più. Primo perché l’horror successivoil Nascondiglio ha abbassato la qualità, e secondo perché il tempo ha svelato la luce giusta con cui guardare il film. Il diabolico sta nei dettagli, nelle porte che scricchiolano, nelle ombre, nei discorsi di chi sa ma non parla e di chi crede di sapere; in ciò che appare ma che non è. Esattamente come i messaggi cifrati, come i percorsi per gli iniziati e non, certi segni si capiscono solo se visti dalla giusta prospettiva. Avati racconta la versione nera del suo Le Strelle nel fosso: una cornice settecentesca, un maniero isolato, paesaggi naturali dell’appennino bolognese (ma controfigurato da Todi e dintorni del Lazio) personaggi che dialogano fra bisbigli, sussurri e registrati in presa diretta, tanto che a volte si fa fatica a capire cosa dicano, ma sciorinano massime, avvertimenti e nenie blasfeme.

 

La qualità dei dialoghi è pari alla vista di questo font (dialoghi che potete bisbigliare)

 

Giacomo è il classico antieroe avatiano, quello che finisce in un gioco più grandi di lui, ma a differenza di Lino Capolicchio e di Gabriele Lavia è forse quello più consapevole, più lusingato dal fascino del male, quello più incantato dall’ignoto, perché già dall’inizio non è che sia proprio tanto innocente. Il suo rapporto col monsignore è quasi da pièce teatrale, un dramma due con tanto di beffa finale, tipica di Pupi, un twist che – ironia? Consapevolezza? Pupi illuminaci! - rovescia quello di vent’anni prima in La Casa dalle finestre che ridono.

Sarà che Stefano Dionisi lo interpreta con una punta di malizia e vanità che ad altri eroi di Avati non avranno mai, tanto che ti viene da pensare se sotto sotto non sia così spaventato per non esserne sedotto. Lo stesso Monsignore è quasi un osservatore, enigmatico, freddo e calcolatore, un ragno che tesse la sua tela con pazienza, valutando, aspettando e seducendo. Ma nessuno dei personaggi è pulito fino in fondo, tutti hanno qualche ombra, dalle conventuali “guardiane delle Ostie” che sembrano uscire fuori da qualche tela di Gauguin e che avrebbero meritato qualche approfondimento in più, specie la latrice delle lettere cifrate, fino alla nota di colore della bambina “resuscitata” che fa il viaggio in carrozza con Giacomo sulla via dell’esilio.

Pupi mette alla fotografia il fido Cesare Bastelli con cui ha fatto una nutrita fetta di film, con qualche particina da attore compresa nel prezzo. Il meglio lo dà nelle scene in notturna o rischiarate dai lumi, sul giorno, risulta un po’ troppo il contrasto tra luce e ombre spesse come fette di culatello. Da qui definirla “fotografia baviana” ce ne corre; è troppo terrosa e crepuscolare. Senza voler salire in cattedra, mi sento di dire che Marione avrebbe messo luci più colorate e avrebbe sepolto le stanze di suppellettili. Se poi non avesse minimamente creduto nel film avrebbe cominciato a giocare proprio coi colori. Ma Avati non è Bava e per fortuna non gli interessa nemmeno esserlo. 

 

Cercasi Susan Bava disperatamente.

 A Pupi piace raccontare favole lunatiche, e l’Arcano incantatore è proprio questo: una fola che trent’anni dopo acquista valore nel suo essere a tratti ermetico; che sia colpa della sceneggiatura non solidissima – scritta in trance, o forse con qualche altra polvere esoterica vai a sapere – o della messinscena con più fumo che arrosto, il film però grazie a queste imperfezioni diventa più gradevole. Come se fosse un incantesimo dai passaggi che non si fissano volutamente nella giusta sequenza, però funziona. Che sia Pupi, il vero Incantatore?


 

Nessun commento:

Posta un commento

TROLL (1986) Gnomi, Demoni e…Harry Potter

  Ogni genere ha la sua palude; acquitrini di film, musica o libri frequentati poco e malvolentieri, oppure recintati da fan devoti che ab...